Progetto di letteratura latina

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Progetto di letteratura latina : 

Progetto di letteratura latina

Indice degli argomenti : 

Indice degli argomenti La cultura romana; Le origini del teatro; Livio Andronico & lettura critica; Ennio; Nevio; Plauto; Poetae Novi; Sallustio; Cesare ; Cicerone.

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La I Guerra Punica Di fronte alla Sicilia, sulle coste dell'Africa, sorgeva una grande ed antica città: Cartagine, fondata dai navigatori fenici.  Questa città era diventata così ricca e così potente da spadroneggiare su tutto il Mare Mediterraneo e, addirittura, comandare in Sicilia. Questo, naturalmente, Roma non poteva permetterlo.  Cartagine era fortissima e Roma combattè contro di essa tre dure guerre, le quali furono dette puniche, poiché i Romani chiamavano i Cartaginesi: Puni.  Ma non era così facile vincere Cartagine bisognava distruggere la sua potente flotta e i Romani, di navi, ne avevano assai poche.  Come al solito Roma non si spaventò. In poche settimane fece preparare dal console Caio Duilio una grande flotta composta da 120 navi. Inoltre, poiché i Romani erano abituati alla guerra solo su terraferma, Caio Duilio fece collocare su ogni nave un ponte mobile, detto corvo.  Giunto il momento della battaglia, quando le navi furono vicinissime tra loro, i ponti furono gettati sulle navi nemiche e queste vennero tenute così salde che i soldati di Roma poterono combattere come se fossero sulla terraferma. Fu così che la grande flotta cartaginese venne completamente distrutta, nelle acque di Milazzo, sulle coste della Sicilia.  In seguito i Romani sbarcarono presso Cartagine, comandati dal console Attilio Règolo, il quale sconfisse i Cartaginesi nelle prime battaglie, ma fu poi sconfitto e fatto prigioniero.  La guerra continuò e finì con la vittoria dei Romani, che divennero i padroni non solo della bella Sicilia, ma anche della Sardegna e della Corsica.

La seconda guerra punica : 

La seconda guerra punica La Seconda Guerra Punica iniziò per volere del cartaginese Annibale, valorosissimo generale, che amava tanto Cartagine quanto odiava Roma. Il piano di Annibale era grandioso: voleva attraversare le Alpi, far ribellare le popolazioni italiche contro Roma e poi sconfiggerla.  Egli con grande energia cominciò a realizzare il suo sogno.  Nel 218, affrontando grandi difficoltà e perdendo molti soldati, superò le Alpi. Scese nella pianura padana, aiutato dai guerrieri Galli e sconfisse due eserciti romani. Raggiunse poi l'Italia centrale dove distrusse un terzo esercito consolare.  Ma le popolazioni italiche seguirono Annibale contro Roma? Questa infatti era la carta decisiva per Annibale. Nel centro della penisola, la maggior parte degli Italici restò fedele alla Repubblica; allora Annibale, per costringerli a cambiare idea, devastò le loro campagne. Roma cercò allora lo scontro decisivo, ma a Canne, in Apulia, venne sconfitta spaventosamente nel 216.  Dopo Canne, però, i Romani non si arresero. Con sforzi sovraumani armarono nuovi eserciti. Un giovane generale Publio Cornelio Scipione venne nominato console. Egli, per allontanare Annibale dall'Italia, trasferì la guerra in Africa. Così facendo impose il richiamo di Annibale in patria e lo costrinse a dare battaglia in condizioni di inferiorità.  Lo scontro decisivo avvenne non lontano da Cartagine, a Zama nel 202 a. C. Fu la fine di Annibale ed anche di Cartagine.

La terza guerra punica : 

La terza guerra punica Dopo cinquant'anni la potenza di Cartagine tramontò definitivamente allorchè, avendo disubbidito ai patti stabiliti con Roma, venne completamente distrutta da Scipione l'Emiliano nella terza guerra punica .  Mancavano 146 anni alla nascita di Gesù Cristo e Roma era la padrona assoluta del Mar Mediterraneo, dall'Africa alla Spagna e s'imponeva ormai come il più potente Stato del mondo.

Dai Gracchi a Silla : 

I GRACCHI TIBERIO: secondo egli non era tollerabile il fatto che una parte della popolazione dovesse vivere nella miseria e ciò avrebbe portato Roma alla rovina.Bisognava ricostruire la classe dei piccoli coltivatori :si fece eleggere tribuno della plebe per proporre una legge agraria la quale venne considerata poi dai senatori un atto di esproprio.Egli dichiarato nemico della patria ,e venne infatti accusato e ucciso.CAIO:nel 123 a.C. venne eletto tribuno :guadagno il sostegno dei cavalieri, riprese la lex agraria di Tiberio , costruì nuove strade e province ,propose la cittadinanza romana ai socii e ciò lo porta alla sua rovina = morte.tenta di dare vita a una guerra civileLA GUERRA GIUGURTINA :CAIO MARIO Nel 112 a.C. il senato dichiara guerra a Giugurta , re di numidia ,egli aveva ucciso commercianti italici .A ROMA: • I generali si lasciavano corrompere• I soldati vendevano le proprie armi al nemico • Il senato cadeva nel discredito più assoluto Nel 107a.C. i cavalieri assieme ai popolari eleggevano Caio Mario (homo novus ) che era uno dei più grandi generali di Roma .Caio Mario riformo l’ esercito e da allora l’esercito per la prima volta non era più composto da soli possidenti Nel 105 a.C. il regno di numidia finalmente viene domatoMario, già a guida dei populares fu rieletto console per ben 5 anni ,nel corso dei quali sconfisse i Cimbri e i Teutoni (due popolazioni germaniche).Mario per mantenere il proprio potere accetto l ‘incarico del senato di reprimere la rivolta (intanto era già scoppiata) ma questo gli fece perdere l’ appoggio dei suoi sostenitori .LA GUERRA SOCIALE ,LA GUERRA CONTRO MITRIDATE E LA GUERRA CIVILE La classe senatoria continuava a ignorare le richieste dei socii italici che volevano la cittadinanza Nel 91a.C.i soci italici decisero di dare guerra a Roma la quale sarà poi una guerra sociale . Il senato si arrende e gli alleati italici ottengono la cittadinanza romanaMitridate re del ponto aveva dato inizio a una rivolta contro RomaNell’88a.C.il senato gli dichiaro guerra :il senato voleva che fosse condotta da SILLA mentre i ceti popolari e i cavalieri volevano al comando Mario il quale diede luogo ad una guerra civile nella quale Silla vinse e Mario dunque scappo.Mario dopo un anno torna a Roma dove saccheggia per 5 giorni Nell' ‘86a.C. Mario muoreIl ritorno di Silla riaccese la guerra civile che termino nell’82 a.C. dove vinse Silla. Dai Gracchi a Silla

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RIFORME D I SILLA E FASE SENATORIA Silla fu nominato dittatore con l’ incarico di scrivere le leggi e costituire la nuova repubblica.Scrive le liste di proscrizione rafforzando il senato e raddoppia il numero dei senatori da 200 a 300.Nessuno poteva diventare console se non era stato prima questore o pretore e se non aveva compiuto una certa età.RIFORMA DELLA GIUSTIZIA CRIMINALE La giustizia si riformo organizzando particolari tribuni.Questa riforma segno un momento di grande importanza nella storia del diritto criminale.Questa riforma introdusse infatti una fondamentale garanzia ,rimasta alla base dei sistemi penalistici moderni. Da allora potevano essere chiamati reati solo i comportamenti che la legge considerava tali.Garanzia=l’amministrazione della giustizia penale

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Prime testimonianze La testimonianza più antica della lingua latina ci è data dalla cosiddetta “Fibula Praenestina” (fig 1), una bellissima spilla in oro, rinvenuta in una tomba di Preneste (odierna Palestrina, nel Lazio) e risalente al VII-VI secolo avanti Cristo. È noto che sugli oggetti funebri, ma molto spesso anche in quelli di uso comune, erano riportati il nome del proprietario o dell’artigiano che li aveva fabbricati. Orbene, sulla spilla in questione si legge Manios med fhefhaked Numasioi, una frase in un latino arcaico che in futuro sarebbe diventato Manius me fecit Numasio e cioè: Manio mi fece per Numasio. Questo documento denota quanto abbiamo detto prima: la presenza nel latino di civiltà diverse; Manios, infatti, è un nominativo arcaico latino; med è una forma accusativa proto latina, fhefhaked una forma osca di perfetto con raddoppiamento e Numasioi è un dativo di forma greca. Altro documento molto antico è l’iscrizione del Lapis Niger (fig 2), rinvenuta nel 1889 in un cippo del foro romano; dovrebbe trattarsi di un divieto religioso. Autorevoli studiosi sostengono che tale iscrizione fosse posta sulla mitica tomba di Romolo, luogo sacro per eccellenza. Oscure parole che sembrano riferirsi ad un rito sacro si trova scritte sul Vaso di Dueno, mentre su una coppa rinvenuta a Civita Castellana, infine, c’è incisa una epigrafe che anticipa di qualche secolo il carpe diem oraziano: Foied vino pipafo, cra carefo e cioè hodie vinum bibam, cras carebo. Come si vede si tratta di ben poca cosa, ma sono i germi dai quali si svilupperà la letteratura latina che conosciamo e tanto ammiriamo.

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I Carmi Il latino, popolo di contadini e di pastori, alla pari degli altri italici coevi, fu un popolo molto religioso, anzi superstizioso. Esso adorava soprattutto le divinità protettrici dei campi e delle attività legate all’agricoltura, alla pastorizia e agli eventi della vita. Naturalmente a questi dei erano offerti sacrifici e ad essi erano rivolte preghiere. Di queste orazioni qualcosa ci è giunto. Il Carmen Fratrum Arvale, un inno rituale in versi saturni e redatto in un latino del VI –V secolo a.C., è uno fra i documenti più antichi della poesia religiosa latina. Esso era recitato durante le cerimonie religiose per i campi. A queste cerimonie, dette Ambarvalie, erano preposti i “Fratelli Arvali”, un collegio di dodici sacerdoti che immolavano gli animali, facevano libagioni e poi recitavano un carme, accompagnandolo con danza. Questa poesia era già di difficile interpretazione per i romani dell’età classica; da quel poco che ci resta, ne ricaviamo che si tratta di una preghiera rivolta ai Lari ed a Marte affinché proteggessero gli uomini ed i raccolti. Il Carmen Saliare, invece era una preghiera che recitavano i sacerdoti Salii, quelli che avevano il compito di custodire i dodici scudi sacri, fra i quali quello di Romolo. In questo carme è citato Giano, che si conferma così antichissima divinità latina dell’età dell’oro. Anche dei carmina triumphalia resta pochissimo. Essi, in ogni modo, erano canti rozzi e salaci con i quali i soldati accompagnavano il trionfo del loro generale. I carmina conviviali, invece, erano gli elogi che durante il banchetto funebre si facevano per gli illustri defunti. I carmi trionfali ed i carmi conviviali possono ritenersi i germi della poesia epica latina ed erano composti nel verso nazionale romano, il saturnio, metro usato fino ad Ennio. Documenti in prosa Accanto a questi in versi, ne abbiamo altri in prosa. Si trattava per lo più di foedera, cioè trattati di alleanza con gli stati vicini; di Leges regiae, vale a dire di leggi promulgate nel periodo regio; dei Commentarii pontificium, i resoconti che le autorità facevano su apposite tavole su tutto ciò che era successo durante l’anno di carica. Questo documenti, che sarebbero stati di importanza eccezionale, furono distrutti soprattutto a causa dell’incendio di Roma per opera dei Galli nel 390 a.C.. Ci sono rimaste le Leggi delle XII Tavole, risalenti al 451 a.C. quando una commissione di 10 uomini (decemviri) codificò il primo corpo di leggi scritte ed esposte al pubblico. Queste leggi rimasero nei secoli come monumento di sapienza giuridica e costituirono il fondamento del diritto romano che ancora oggi è la base per tutti i popoli civili.

Appio Claudio Cieco : 

Appio Claudio Cieco Appio Claudio Cieco, uomo politico e scrittore, è la prima chiara personalità della storia e della letteratura di Roma. Di origine patrizia, mostrò tuttavia grande apertura verso i problemi sociali del suo tempo. Censore nel 312 a. C., nel redigere il censo tenne conto non più solo dei beni fondiari, ma anche delle fortune mobiliari, introducendo nel Senato uomini nuovi, perfino figli di liberti, e distribuendo anche nelle tribù rustiche i liberti stessi. Celebri rimasero la costruzione del primo acquedotto e l'inizio della via Appia, le vittorie conseguite nelle guerre sannitiche (fu console nel 307 e nel 296) e il suo intervento, da vecchio, in Senato contro la pace offerta da Pirro. Fece pubblicare dal suo scrivano Gneo Flavio il cosiddetto Ius Flavianum, prima opera latina di procedura giudiziaria, e compilò il liber actionum, divulgato dallo stesso Gneo Flavio; curò la riforma dell'ortografia e scrisse una raccolta di massime etiche in versi saturni. Si conservano alcuni suoi frammenti e l'epitaffio che sulla tomba ne ricordava i meriti.

Le origini del teatro latino : 

Le origini del teatro latino Il teatro romano prende origine dalle tradizionali feste religiose etrusche e in particolare dalla recitazione degli attori etruschi. Sempre agli etruschi, o meglio alla città etrusca di Fescennium, è inoltre riconducibile anche la festa campestre fescennino nella quale si rinvengono gli stessi elementi drammaturgici propri alle rappresentazioni che si svolgevano nella città osca di Atella, denominate per questo atellane. Ben presto però, intorno al 240 a.C. in occasione dei Ludi Romani, in seguito ai contatti con la civiltà greca si cominciarono a rappresentare a Roma drammi sul modello greco, che finirono col fondersi con le altre forme drammaturgiche preesistenti. Il retaggio delle antiche forme di spettacolo si rinviene nello spirito e nel gusto per il divertimento, per il motto scherzoso in cui sono presenti oltre che i riti etruschi anche il motteggio sfrenato di quell’antica città osca, Atella, terra delle farse atellane. Niente più che un retaggio comunque e inevitabilmente proprio a causa della loro natura basata sull’improvvisazione, sulla battuta di scherno, senza che ci fosse alcuna testimonianza o documentazione scritta.

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LA COMMEDIA ROMANA. La commedia romana sembra non discostarsi minimamente dalla commedia nuova greca, se non che per poche innovazioni: l’eliminazione del coro (ripristinato solo successivamente dagli editori); l’introduzione dell’accompagnamento musicale, peraltro probabile retaggio della tradizione etrusca. Questo tipo di commedia veniva definita fabula palliata. Accanto a questa ne esisteva anche un altro la fabula togata, di contenuto e ambientazione romana.   LA TRAGEDIA ROMANA. Il genere della tragedia, molto apprezzato dal pubblico, fu completamente ripreso dai modelli greci e definito dai romani fabula crepidata. Gli unici autori di cui si abbia memoria (ma non i testi) sono Quinto Ennio (239 - 189), Marco Pacuvio (c.220 - c.132) e Lucio Accio (170 - c. 90). Le tragedie romane che ci sono pervenute risalgono ad un periodo successivo, compreso tra il 30 e il 60 d.C., per lo più opera di Seneca.   GLI ATTORI. La professione dell’attore godette sicuramente di un grosso prestigio in Grecia, ma certamente non a Roma, dove sembra venisse demandata agli schiavi che erano al servizio del direttore della compagnia. Questo fu quasi certamente vero almeno fino a quando Roscio, il più grande attore della romanità, non riuscì a riabilitare tale professione. Gli attori comunque si dividevano in due categorie principali gli histriones e i mimi.   I COSTUMI. I costumi cambiavano a seconda del genere teatrale: commedia, tragedia e atellana. Per tutte le rappresentazioni di ambientazione greca gli attori vestivano abiti ateniesi, mentre per quelle di ambientazione romana indossavano la classica toga romana.   LE MASCHERE. Le maschere romane, sul modello di quelle greche, erano di tela con applicata una capigliatura. L’uso delle maschere facilitava l’interpretazione degli attori che dovevano impersonare più ruoli o personaggi di aspetto simile (I Gemelli o l’Anfitrione di Plauto). Nel teatro dei mimi la maschera invece non esisteva, e vista la popolarità di questo genere man mano la maschera scomparve dal teatro romano.

Livio Andronico : 

Livio Andronico VITA. Le date di nascita e di morte ci sono sconosciute, sappiamo soltanto che era un ex schiavo originario di Taranto e che partecipò alla guerra tra Taranto e Roma al seguito del suo protettore, il senatore Livio Salinatore, che l'affrancò dopo avergli affidato l'educazione dei figli e dal quale L. prese anche il prenome. Due sono le tappe importanti della sua carriera: 240, quando una sua opera fu il primo testo drammatico rappresentato a Roma (è da questo momento che si fa cominciare la storia della letteratura latina); 207, quando compose un partenio in onore di Giunone. Riconosciuta fu la sua "associazione professionale", il "collegium scribarum histrionumque".   OPERE E CONSIDERAZIONI. L. si può giudicare l'iniziatore della letteratura latina: abbiamo 9 titoli di tragedie dedicate alla guerra di Troia (Achilles, Aiax mastigophorus, Equos troiano, Aegisthus, Hermiona, Andromeda, Tereus, Danae e Ino), una palliata ("Gladiolus", ovvero "sciaboletta"), il "partenio" (di cui però nulla conserviamo); ma il suo capolavoro è la traduzione, o forse è più esatto dire l’adattamento artistico, "letterario", in lingua latina e in versi saturni, dell'Odissea di Omero ("Odyssa") e ciò ebbe una importanza storica enorme. L'operazione aveva infatti finalità sia letterarie che culturali: l'Odissea rappresentava un testo fondamentale della cultura greca ed è per questo la traduzione di L. non era letta solamente in ambito scolastico. Il merito di L. non fu tanto di introdurre a Roma la letteratura greca, quanto di concepire la possibilità di una letteratura in lingua latina, sul modello delle opere greche. Egli, come visto, compose al tempo stesso tragedie, commedie e un'epopea, fondando così tre generi che avrebbero dato origine, molto presto, a una straordinaria fioritura con le opere dei suoi contemporanei e degli immediati successori, Nevio, Plauto, Ennio e Pacuvio. Non avendo una tradizione epica alle spalle, L. cercò di dare per altre vie solennità e intensità al suo linguaggio letterario. All'inizio della traduzione L. rende la "Musa" di Omero con l'antichissima "Camena", divinità italica delle acque. Tuttavia, alcune dei passi scritti da Omero non erano concepibili per i romani e L. si trovò a dover modificare spesso l'Odissea (eroe pari agli dei). Tipica della sua poesia è anche la ricerca del pathos, della tensione drammatica, della solennità: non disdegna, così, arcaismi, o di ricorrere al formulario religioso. I modelli tragici cui s’ispirò, a tal proposito, furono verosimilmente testi attici del V sec. (soprattutto Sofocle ed Euripide). Di questa Odyssia, noi non possediamo che pochi frammenti isolati e molto brevi, ma la scelta del soggetto lascia intravedere lo scopo che L. si proponeva. Mentre l'Iliade, "libro sacro" per eccellenza della cultura greca, era centrata sull'Egeo, l'Odissea, al contrario, guardava verso l'Occidente. Una tradizione di commentatori situava la maggior parte dei suoi episodi sulle sponde italiane e siciliane. E’ in Italia che sono situati gli sviluppi della leggenda di Ulisse. Un particolare degno di nota era costituito inoltre dal fatto che la figura di Ulisse aveva incontrato larga fortuna nelle regioni etrusche; i figli che, a quanto si raccontava, egli aveva avuto da Circe, erano ritenuti i fondatori di numerose città dell'Italia centrale (Tivoli, Ardea). Dietro l'epopea di L. possiamo indovinare i racconti leggendari etruschi e l'epopea "orale" del Lazio etruschizzato. Inoltre, in quella seconda metà del III sec., accadeva che Roma fosse impegnata negli affari dell'Illiria e si preoccupasse delle coste adriatiche, che aveva raggiunto da molto tempo, ma che, fino a quel momento, non erano entrate nel suo immediato orizzonte politico. Ben presto, in questa regione, Roma appare come la protettrice degli elleni contro i pirati barbari. Ora, uno degli eroi delle guerre d'Illiria era precisamente proprio un L. Salinatore, forse la stessa persona che aveva affrancato L., forse il figlio e, in tal caso, l'antico allievo del poeta. Adattare l'Odissea in latino non era forse rendere delicato omaggio ai romani che, dall'Italia centrale, ritornavano da liberatori alla patria di Ulisse? Delle origini italiche della letteratura latina, dunque, l'epopea di L. conservava molto: non soltanto il metro (l'Odyssia era scritta in versi saturni), ma l'interesse per leggende nelle quali, da lungo tempo, ci si compiaceva di riconoscere i prolungamenti occidentali dei cicli epici

Ennio : 

Ennio Quinto Ennio nacque nel 239 a Rudiae, in Puglia, una regione in cui allora convivevano tre culture: quella greca che aveva come centro maggiore Taranto, quella osca dei centri minori indigeni, e quella dell'occupante romano. Aulo Gellio testimonia che Ennio era solito dire di possedere "tre cuori" (tria corda), perché "sapeva parlare in greco, in latino e in osco". Singolare espressione che riflette però un'esperienza comune di soggetti bilingui o plurilingui, di partecipare cioè non solo a diverse strutture linguistiche, ma a diverse "visioni del mondo", indissolubilmente legate alle lingue. Munito di tre cuori, Ennio si trovava dunque nella condizione migliore per divenire (come di fatto divenne) operatore di mediazioni culturali. Durante la seconda guerra punica militò in Sardegna e nel 204 lì conobbe Catone il Censore, che lo portò con sé a Roma. Giunto nella capitale, ottenne la protezione di illustri uomini politici come Scipione l'Africano e poco tempo dopo entrò in contatto con il Circolo degli Scipioni, trovandosi in conflitto con l'amico Catone, diffidente nei confronti delle altre culture e di quella greca in particolare. Pare che la loro amicizia si ruppe quando Ennio chiese a Catone di fargli ottenere la cittadinanza romana, che questi non gli fece ottenere. Ennio la ottenne poco tempo dopo grazie all'influenza degli Scipioni. Ennio morì a Roma nel 169 a.C. e per i suoi meriti, oltre che per l’amicizia personale, fu sepolto nella tomba degli Scipioni, sulla antica Via Appia Compose gli Annales, la sua opera più nota, quando era ormai anziano. Grazie a questo poema epico fu da allora considerato il poeta nazionale del popolo romano, onore che fu poi concesso anche a Virgilio, autore dell'Eneide; iniziò allora a parlare e a scrivere con il pluralis maiestatis. Opera Pare che fu Ennio ad introdurre l'esametro nella Letteratura latina, formando i suoi versi solo con degli spondei (infatti sono detti versi olospondaici); cercò dunque di rendere più piacevoli e precise le sue poesie attraverso la lettura in metrica. In Ennio abbondano le metafore, sempre molto presenti nei poemi epici, le allitterazioni e l'uso della retorica. Elenco delle Opere Annales, Sabinae, Andromaca prigioniera, Epicharmus, Hevemerus, Hedyphagetica. Medea, Satura, Epigrammi, Scipio, Ambracia.

Gneo Nevio : 

Gneo Nevio VITA.Combatté nella prima guerra punica (264-241). Probabilmente era un plebeo di nascita e questo spiega il fatto delle frequenti politiche antinobiliari: non abbiamo inoltre indizi che si appoggiasse a protettori aristocratici come Ennio-Nobiliore ed Andronico-Salinatore. Si sospetta che fosse stato incarcerato per certe allusioni contenute nei suoi drammi: morì in esilio a Utica. N. è il primo letterato latino di nazionalità romana, e ci appare anche come il primo letterato latino vivacemente inserito nelle vicende contemporanee. Fece recitare la sua prima rappresentazione nel 235, cinque anni soltanto dopo quella che aveva segnato gli inizi di Livio.   OPERE. Di N. conosciamo: 2 praetexte, il "Romulus" e il "Clastidium"; il "Bellum Poenicum"; almeno 6 tragedie mitologiche: "Equos troianus" (l'argomento piaceva ai romani), "Lesiona" (altra leggenda relativa alle catastrofi troiane), "Hector proficiscens", "Iphigenia" (probabilmente un'"Ifigenia in Tauride"), "Danae" e "Lycurgus", (rappresentazione dionisiaca senza alcun dubbio in rapporto col diffondersi del culto di Bacco nell'Italia meridionale e nel Lazio durante gli ultimi decenni del III sec.; 1 commedia, la "Tarentilla" ossia il ritratto di una ragazza civettona. Il capolavoro è, ovviamente, il "Bellum Poenicum", scritto in saturni, probabilmente durante la vecchiaia intorno al 209 (nel momento in cui l'Italia era per gran parte occupata dalle truppe di Annibale o, quanto meno, minacciata dalle imprese del cartaginese) e comprendente circa 4000/5000 versi, riguardante la prima guerra punica.

Plauto : 

Plauto VITA. P. si dedicò solo ad un unico genere letterario, alla composizione di commedie. Operò una sintesi della commedia greca nuova e di elementi attinti dalla farsa italica. Sappiamo poco di P. e le notizie che possediamo sono poco attendibili. Tali notizie ci sono pervenute da A. Gellio e S. Girolamo IV sec. d.C.: da loro sappiamo che egli si dedicò alla recitazione con successo, investì il capitale in commercio e fallì, si ricoprì di debiti e si guadagnò da vivere in un mulino girando la macina. In questo periodo cominciò a comporre commedie, fra cui il "Saturio" (il pancia piena), in cui narra della sua precedente condizione di agiatezza, e l’"Addictus" (schiavo per debiti), in cui narra della sua attuale condizione di schiavitù e una terza commedia dal titolo sconosciuto, che, rappresentate con successo, furono l’inizio di una fortunata attività teatrale durata oltre un quarantennio. Alieno della politica, ma non insensibile agli avvenimenti del tempo, visse interamente della sua arte, praticata con instancabile fervore creativo. Cicerone nel "De senectute", citando diversi personaggi che avevano continuato a svolgere attività culturali al termine della vita, cita anche P. e afferma che compose da senex alcune commedie fra cui lo "Pseudulus" (il bugiardo), scritta nel 191 a.C., era quindi già vecchio. Sempre Cicerone nel "Brutus" dice che morì nel 184 a.C. La sua produzione si svolse durante la II guerra punica. I codici che contengono le commedie di P., ci hanno tramandato il suo nome completo, Tito Maccio P.. Tito e Maccio sono nomi fittizi: Maccio, infatti, deriva da Maccus (maschera dell’atellana); Plautus può significare o piedi piatti oppure orecchie lunghe e penzoloni. Molto probabilmente si tratta di nomi d’arte che aveva usato durante l’attività di attore.

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Le commedie di Plauto Amphitruo (Anfitrione): la storia narra le vicende di Anfitrione e del suo servo Sosia (da cui il termine omonimo, oggi usato per antonomasia come nome comune), i quali partono da Tebe in guerra. La storia narra del re di Tebe che va a combattere contro i Teleboi. Nel frattempo Giove, essendosi innamorato della moglie di Anfitrione, Alcmena, prende le sembianze del marito di lei per giacere con lei, ed ordina al dio Mercurio di prendere le sembianze di Sosia. Tornato Anfitrione, egli manda il servo Sosia per annunciare del suo arrivo, ma egli incontra Mercurio trasformato che lo induce ad avere una crisi d'identità, convincendolo di non essere Sosia. Anfitrione, dopo aver ascoltato il discorso di Sosia tornato a riferire, torna dalla moglie e si crea confusione. La vicenda si conclude con l'agnizione (riconoscimento) finale ed il tipico deus ex machina: Giove scende dal cielo e spiega la situazione. Annuncia inoltre alla coppia che avranno due figli gemelli, dei quali uno figlio di Giove, quindi semidio, il futuro Ercole. Asinaria (La commedia degli asini): la trama della commedia racconta di Argirippo, un giovane, che vendendo degli asini, si guadagna i soldi per comprare la donna che ama, una cortigiana di nome Filenio. Quest'ultima però è anche desiderata dal padre di Argirippo, che incorre così nelle ire di sua moglie. Aulularia (La commedia della pentola): un ricco ed avaro signore, Euclione, ha nascosto in una pentola (in latino arcaico aula, per olla) il tesoro di casa, da lui improvvisamente ritrovato, e per avarizia vive comunque nella più squallida povertà. Euclione ha una figlia che vuole sposare con il ricco e anziano Megadoro. Tuttavia, un giovane, Liconide, ne è innamorato. Il servo del giovane trova la pentola e la dà al padrone permettendogli di sposare la figlia di Euclione. Bacchides: due sorelle gemelle sono cortigiane e si chiamano entrambe Bacchide. Di esse si innamorano due giovani, Mnesiloco e il suo amico Pistoclero, i quali, per avere il denaro con cui riscattare una delle sorelle da un prestito che la tiene legata al soldato Cleomaco, si servono dell'aiuto dell'astuto servo di Mnesiloco, Crisalo, che raggira per ben due volte il padre del giovane per ottenere la somma. Alla fine i severi padri dei giovani, Nicobulo e Filosseno, accondiscendono agli amori dei loro figli e anzi paiono cedere essi stessi alle grazie delle due avvenenti cortigiane. Captivi (I prigionieri; è l'unica commedia senza vicende amorose): durante la guerra tra Elide ed Etolia, un ricco proprietario terriero dell'Etolia, Egione, scopre che il figlio è stato fatto prigioniero. Compra così molti Elei per attuare uno scambio, tra i quali anche Filocrate, figlio di un latifondista Eleo, con il suo servo. Decide di mandare il servo per chiedere del figlio, ma i due avevano attuato uno scambio di persona. Tuttavia Filocrate torna con il figlio di Egione e nell'agnizione si scopre che il servo di Filocrate è figlio anch'egli di Egione.

Continuazione delle commedie : 

Continuazione delle commedie -Casina(La ragazza dal profumo di cannella): in essa ricorre il tema del contrasto tra un giovane e un vecchio (Lisidamo, padre del giovane, una figura di senex libertino) che s'innamorano della stessa ragazza, appunto Casina, una trovatella raccolta in casa da Lisidamo e da sua moglie Cleostrata. Naturalmente il conflitto si risolve al favore del giovane, a causa anche della ingegnosa opposizione di Cleostrata, che in questa commedia incarna la figura della uxor morosa ("moglie scorbutica, intrattabile"). -Cistellaria (La commedia della cesta): Plauto in quest'opera scrive di una bambina trovata in una cesta che, quando diventa grande, s'innamora di un giovane promesso alla figlia di Demifone. Quando si scopre che la ragazza, Selenio, è figlia di Demifone avviene il matrimonio tra i due. -Curculio (Gorgoglione, propriamente verme roditore del grano): Curculio è un parassita che aiuta il suo protettore, il giovane Fedromo, a coronare il suo sogno d'amore. Riesce così a liberare una ragazza, Planesio, che il lenone Cappadoce aveva promesso ad un soldato (che è poi riconosciuto come suo fratello); la ragazza alla fine si sposa con il giovane padrone di Curculio. -Epidicus (Epidico): Epidico è un servo che, con la sua scaltrezza, permette al suo padroncino Stratippocle di sposare una suonatrice di cetra. Non manca nella commedia il riconoscimento di una sorella di Stratippocle, una prigioniera conosciuta dal giovane in guerra. -Menaechmi(I Menecmi): racconta di due fratelli gemelli (Menecmo e Sosicle) che hanno vissuto in famiglie separate e che casualmente s'incontrano. E' la tipica commedia degli equivoci dovuti a scambio di persona. Alla fine i due fratelli si riconoscono e tornano insieme nella terra natia. -Mercator (Il mercante): stesso tema di Casina con uguale epilogo. Un giovane (Carino) e il padre del giovane (Demifone) si invaghiscono della stessa ragazza. Alla fine le cose si mettono a posto e si suggerisce una scherzosa legge per i vecchi, imponendo a coloro che hanno compiuto 60 anni, siano sposati o scapoli, di non impelagarsi in avventure amorose. -Miles gloriosus (Il soldato spaccone): nella storia il soldato Pirgopolinice, tipico millantatore, viene beffato da un suo servo, l'ingegnoso Palestrione, che riesce a far ricongiungere il suo ex padroncino (Pleusicle) con la ragazza amata (Filocomasio). In Pirgopolinice sono riuniti, su un piano di comicità iperbolica e grottesca, i tratti del soldato smargiasso e del libertino impenitente (un "dongiovanni" ante litteram).

Continuazione 2. : 

Continuazione 2. Mostellaria (La commedia del fantasma): in questa commedia un servo allontana il padrone anziano, improvvisamente tornato da un viaggio, dalla sua casa, per proteggere il padrone più giovane (e figlio del vecchio), con la scusa che è infestata da uno spirito. Persa (Il persiano): originale fabula di Plauto che vede un astuto servo (Sagaristione), che, travestito da persiano, libera una ragazza (Lemniselenide) dal lenone Dordalo, per favorire i desideri di un amico, anch'egli servo (Tossilo). La caratteristica più importante di questa commedia è che i protagonisti sono eccezionalmente solo dei servi (oltre al lenone infine beffato). Poenulus(Il cartaginese): Agorastocle, un giovane cartaginese rapito all'età di sette anni, vive in Etolia, adottato da un ricco signore. Accanto a lui abitano due sorelle, anch'esse rapite da piccole e ancora sfruttate dal loro padrone. Il giovane si innamora di una delle due sorelle, Adelfasio. Alla fine interviene il cartaginese Annone che riconosce in Agorastocle suo nipote e nelle sorelle le sue due figlie rapite. Agorastocle si sposa così con la cugina Adelfasio. Pseudolus(Pseudolo): Pseudolo è il nome dello schiavo protagonista, assieme al lenone Ballione, della commedia. Quest'ultimo ha pattuito di cedere ad un soldato macedone per venti mine la giovane Fenicia, di cui è innamorato Calidoro, padroncino di Pseudolo. Lo scaltrissimo servo riesce con i suoi raggiri a beffare il lenone e a consegnare la ragazza amata al suo padrone. Rudens (La gomena): in questa palliata di ambientazione marinaresca due sorelle, cortigiane del lenone Labrace, naufragano durante una tempesta di mare e si rifugiano in un tempio, inseguite dal lenone. Un pescatore di nome Gripo, servo di Damone, che poi risulterà essere padre di una delle due ragazze, trascina con una gomena (rudens) un baule, preso nella rete in mare. Le ragazze scoprono, dai segni presenti nel baule, che sono libere, quindi non di proprietà del lenone. Stichus (Stico): è una commedia che parla di fedeltà coniugale. Due spose, Panegiride e Panfila, che hanno i mariti (Epignomo e Panfilippo, tra di loro fratelli) in viaggio a caccia di ricchezze, resistono alle tentazioni del padre (Antifone) che vuole vederle risposate. Loro non cedono e alla fine della commedia tornano i mariti pieni di ricchezze. Stico è il nome del servo di uno dei due fratelli. Trinummus (Le tre monete): la trama è impeniata sulla vicenda di un ragazzo scialacquatore (Lesbonico)che sperpera il patrimonio paterno e venderebbe anche la casa, se non intervenisse Callicle, un amico di famiglia, che è anche al corrente che il padre del giovane ha sotterrato in casa un tesoro segreto. Da questo tesoro egli ricava la dote con cui far sposare la sorella di Lesbonico. Per l'operazione di consegna della dote egli assolda un sicofante per "tre monete" (onde il titolo della commedia). Alla fine, con il ritorno del padre dall'estero, tutto si chiarisce.

Continuazione 3 : 

Continuazione 3 Truculentus (Lo zoticone): la protagonista di questa commedia è una cortigiana di nome Fronesio, che inganna tre amanti e che è dipinta da Plauto come prostituta rapace e insaziabile, capace però di rendersi conto, in un bellissimo monologo, delle miserie della sua vita. Secondo Cicerone (De senectute 50) Plauto si compiaceva molto, da vecchio, di questa sua commedia, che ricava il titolo da un personaggio secondario, il servo rude e zotico di Strabace, uno degli innamorati della cortigiana. Vidularia (La commedia del baule): i pochi frammenti della commedia (poco più di 100 versi) parlano di un baule (in latino vidulus) che contiene oggetti atti a far riconoscere (agnitio) il giovane Nicodemo. Non mancano punti di contatto con la trama della Rudens. Tutte queste commedie sono state oggetto di studio e catalogate in sei gruppi: dei Simillini: riguarda lo scambio di persona, dello specchio e del doppio; dell'Agnizione: alla fine di questo tipo di commedie avviene un riconoscimento improvviso ed imprevedibile dell'identità di un personaggio; della beffa: in questo tipo sono organizzati scherzi e beffe, bonari o meno; del romanzesco: caratterizzate da intrecci complessi e avvincenti; della caricatura: contenenti una rappresentazione iperbolica, esagerata di un personaggio; composita: che racchiude al suo interno uno o più elementi delle sopraccitate tipologie.

Poetae novi : 

Poetae novi I poetae novi furono poeti latini, quasi tutti provenienti dalla Gallia Cisalpina, che nella prima metà del I secolo a.C. operarono a Roma inaugurando una nuova poesia. Nome Il termine è la traduzione dell'aggettivo greco di grado comparativo ?e?te???, denominazione che implicava desiderio di innovazione, data polemicamente da Cicerone al capitolo 161 dell' Orator (in lingua latina l'aggettivo novus contiene una sfumatura negativa di rovesciamento delle convenzioni consolidate) che non risparmiò loro anche il nomignolo di cantores Euphorionis (Tusc. III, 45) per il gusto ellenizzante e aristocratico che essi possedevano e per il loro atteggiamento da innovatori. Temi Iniziati all'arte poetica da Partenio di Nicea ed educati idealmente alla scuola di Valerio Catone, dichiararono guerra ai lunghi poemi di imitazione enniana, preferendo gli epilli, i carmina docta, la poesia lirica. Il tono della loro poesia era spesso scherzoso e lieve ed è per questo che i loro componimenti, per quanto sempre raffinati e preziosi nella forma, venivano chiamati pa????a in greco e nugae in latino, tradotto alla lettera "sciocchezze", "cosucce", "cose di poco conto". I poetae novi erano legati da reciproca amicizia, vivevano in modo libero e spregiudicato ed erano avversi a Cesare. La loro poesia evitava infatti i grandi temi tradizionali del genere epico e drammatico, non amava trattare argomenti di carattere politico e sociale, ma si volgeva soprattutto alla sfera personale e aveva come tema centrale l'amore.

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SALLUSTIO S. nacque da famiglia pebea. Compì i suoi studi a Roma, venendo a contatto con lo studio neopitagorico di Nigidio Figulo. Partecipò anche alla vita mondana della capitale. Politicamente si affiancò a Cesare. Per questo suo impegno ottenne la carica di questor nel 54. Questo fu un anno molto turbolento per la politica romana: vi fu l'uccisione di Clodio, un demagogo del popolo, ad opera di Milone. S. si schierò decisamente contro quest'ultimo e anche contro Cicerone, suo difensore. Nel 50 fu espulso dal senato per immoralità (aveva infatti una relazione con Fausta, figlia di Silla e moglie in seconde nozze con Milone). Durante le guerre di quel periodo fu fedele a Cesare, aiutandolo anche alle operazioni militari in cui, però, non risultò sempre vincitore. Nel 48 riottenne la questura, la dignità senatoria. Alla fine del 47 seguì seguì Cesare in Africa, e portò a compimento una operazione militare, conquistando l'isola di Cercina. A seguito di questo successo, Cesare gli affidò il compito di governatore della cosiddetta Africa Nuova, costituita dal vecchio regno numidico di Iuba. Nei mesi di governo potè accumulare notevoli ricchezze che gli permisero, dopo la morte di Cesare ed il suo ritiro dalla vita pubblica, nei celebri "Horti Sallustiani", di vivere in ricchezza componendo le sue opere.  OPERE. - "De coniuratione Catilinae" (42?): con essa, lo storico interrompe la tradizione annalistica e si occupa di un episodio di storia contemporanea – appunto la congiura e il moto del 63-62 – facendovi precedere un’analisi della condotta cesariana del 66-63, vista come unica valida alternativa al corrotto "regime dei partiti", con riflesso sulle sue scelte politiche. Tutta la prima parte dell’opera è, praticamente, un’analisi e un’esegesi dell’inquietante fenomeno rivoluzionario, alla luce di categorie storiche, morali e psicologiche. Ne risulta perciò un quadro fosco, ma estremamente vivace, di una società profondamente corrotta, su cui campeggia come figura dominante Catilina, intelligente, coraggioso e malvagio. Accanto a lui, altri personaggi "studiati" con eguale interesse: i congiurati, Sempronia, Cicerone (per quanto ridimensionato) e soprattutto Cesare e Catone (visti come entrambi positivi – direi "complementari" – per Roma: uno con la sua liberalità, munificenza e misericordia; l’altro con la sua integritas, severitas, innocentia…) Come si vede, il metodo adottato nell’analisi è moralistico: S. ritiene che l’antica grandezza della repubblica fosse garantita dall’integrità e dalla virtù dei cittadini, e vede nel successo, nella ricchezza e nel lusso le cause della decadenza e la possibilità di tentativi come quello di Catilina. - "Bellum Iugurthinum" (40 ca): narra, in 114 capitoli, la guerra combattuta dai romani (111-105 a. C.) contro appunto Giugurta, re di Numidia. Ma anche qui il taglio è politico: se infatti, da una parte, S. si dimostra capace di forti sintesi storiche, dall’altra rivela vigore polemico nel denunciare l’incompetenza della nobilitas nella conduzione della guerra, e la sua corruzione generale; nel valorizzare le ragioni espansionistiche della classe mercantile; nell’auspicare la nascita di una nuova aristocrazia, fondata sulla "virus" (a tal proposito, si ricordi il riportato discorso di Mario). *le "Historie" di cui abbiamo un numero abbastanza cospicuo di frammenti di 5 libri e alcuni discorsi. Esse riprendono e sviluppano le Historiae di Sisenna, andando dalla morte di Silla (78) alla guerra di Pompeo contro i pirati (67). Dai frammenti, si evince che S. era ritornato all’annalistica e che il suo pessimismo si era, se possibile, acuito. *Oggi non conosciamo più la sua traduzione dei poemi di Empedocle (ammesso che l' "Empedoclea" di cui parla Cicerone in una lettera, sia davvero opera sua). A lui si attribuiscono anche 2 epistole politiche a Cesare su un nuovo ordinamento dello stato; quasi sicuramente spuria è invece un’invettiva contro Cicerone, di scuola retorica.

Cesare : 

Cesare Caio Giulio Cesare non fu formalmente Imperatore di Roma (come sarà per il successore Augusto), ma è comunemente considerato il primo Imperatore dell’Urbe. Con lui Roma entra nella terza fase della sua storia. Dalla fase monarchica dei sette Re, durata 244 anni, con una media di 35 per ciascun Re, si era passati a quella repubblicana, ormai in atto da quattro secoli. Con lui inizia la fase imperiale della storia della Città. Anche la vita di Cesare può essere suddivisa in tre fasi. La lunga fase iniziale, caratterizzata sia da riprovevoli vicende personali (quali l’adulterio e l’omosessualità) sia da un’ostinata formazione e preparazione per gli eventi futuri. Solo a 42 anni, nella fase intermedia della vita, appare in lui il grande Generale; il conquistatore che sottomette la Gallia e raggiunge la Britannia attraverso un’estenuante guerra novennale; il gran condottiero che, in quattro anni di guerra civile, elimina tutti i suoi avversari. A 55 anni comincerà  la breve fase finale del trionfo. Durerà meno di un anno, ma gli sarà sufficiente per dare il via a quella a quella soluzione istituzionale che si chiamerà Impero e che gli sopravviverà per cinque secoli. Come Napoleone 18 secoli dopo, Cesare era un patrizio diventato democratico che si batteva per il popolo cercandone l’appoggio. Il nemico del Còrso era la monarchia incipriata della fine Settecento, il suo nemico fu l’oligarchia senatoriale egoista e rapace. Ma, a differenza di Napoleone, Cesare aveva contro anche sentimenti repubblicani tanto radicati e diffusi. E fu sconfitto solo da questi ultimi! Entusiasmanti le sue vittorie, non meno cocenti le sue sconfitte. Fu necessario il trionfo di Alesia per riscattare lo smacco di Gergovia, Farsalo per annullare Durazzo. Fu uomo poliedrico con grandi qualità positive e negative. Affascina il suo genio, l’eleganza, la temerarietà, la clemenza. Ma c’è anche chi vede in lui l’adultero, l’omosessuale, l’epilettico, il tiranno, l’uomo spietato. Per tutta la vita aveva operato con gran determinazione e tensione per piegare gli eventi alla propria volontà. Ma una volta assunta la dittatura perpetua appare dominato da un certo fatalismo. Presunzione od inconscio desiderio di vedere esaltata, attraverso le 23 pugnalate finali, una vita da gigante? Era nato nel 100 a. C. Singolare coincidenza: con lui si apriva un nuovo secolo, ma con lui iniziava anche una nuova epoca della storia romana ed universale.

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Marco Tullio Cicerone C. nasce da una famiglia agiata, potremmo dire dell'alta borghesia provinciale, conscia e fiera delle proprie prerogative di ceto: il padre apparteneva all'ordine equestre, e la madre veniva da una famiglia che aveva già dato a Roma dei senatori. Egli è dunque un "homo novus", nella politica romana, e se sarà il primo della propria famiglia ad accedere alle magistrature, ciò lo dovrà - è vero - al proprio talento, ma anche agli appoggi che, sin dall'adolescenza, troverà presso le famiglie nobili, legate alla sua in via amicale o parentale. Ma, evidentemente, ed è bene dirlo subito, le vere ragioni del suo successo furono più profonde, e prettamente storico-politiche: esso <<fu dovuto soprattutto al fatto che, in presenza di gravissime tensioni politiche e sociali, la nobiltà individuò in lui un candidato capace di sottrarre ai populares una parte dell’elettorato, e fece pertanto confluire su di lui tutti i voti che era in grado di mobilitare>>. [E. Narducci] L'ascesa e il successo. Edile nel 69, pretore nel 66, C. è eletto in ciascuna delle consultazioni a cui gli è consentito di partecipare come candidato, con una schiacciante maggioranza di voti. Per lui, sono ora schierate non tanto le famiglie nobili ma, oltre al popolo, che è sensibile alla sua parola, le famiglie degli equiti, l'ordine equestre del quale, come sappiamo, è egli stesso originario. Nel periodo in cui è pretore, C. pronuncia un discorso importante, il "Pro lege Manilia", a favore del progetto di conferire a Pompeo poteri straordinari in Oriente, dove la guerra contro Mitridate si prolunga da tempo. Gli aristocratici erano ostili a questa legge, per timore di queste insolite procedure. Ma l'assemblea popolare seguì il parere di C., e la legge fu approvata. Nel 63 diviene finalmente console, e nel periodo della sua carica si schiera con fermezza contro un altro progetto che ledeva gli interessi dell'aristocrazia, una legge agraria appoggiata sottobanco da Cesare. Le quattro orazioni sulla legge agraria (De lege agraria), di cui possediamo solo una parte, sbarrarono la strada a questa mozione. Lo stesso anno C. ebbe la responsabilità di difendere l'ordine contro una pericolosa congiura ordita da L. Sergio Catilina ("Catilinarie") con l'aiuto di alcuni altri nobili che speravano di ripetere, a proprio vantaggio, l'avventura di Silla: fu necessaria tutta l'energia del console (il suo collega era sospetto di simpatie a favore dei congiurati), per evitare che Roma fosse incendiata e le maggiori autorità dello Stato assassinate. C. ebbe dunque la meglio e, sostenuto da un senatoconsulto, fece giustiziare i congiurati che era stato possibile arrestare. Gli altri, compreso Catilina, perirono sul campo di battaglia ai primi dell'anno successivo. In quel momento, C. poteva dire di aver realizzato intorno a sé l'unione di tutte le "persone oneste", gli "optimates", ma il trionfo non ebbe lunga durata.

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Quo usque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?

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FINE

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