ppoint paciano 2007-2008

Views:
 
Category: Entertainment
     
 

Presentation Description

No description available.

Comments

Presentation Transcript

Slide 1: 

Progetto C.R.I.D.E.A. “A SCUOLA NELL’AMBIENTE” aa. ss. 2006-2008 Istituto Comprensivo “PIETRO VANNUCCI” Città della Pieve (Pg) Scuola elementare “M. EGIZIACA BUITONI” Paciano in collaborazione con C.E.A. LABORATORIO DEL CITTADINO I

Slide 2: 

Insegnanti: G. Berlingieri, D. Bricca, F. Panzanelli I Classe III Boccioli Margherita Ciccone Andrea D’Arienzo Andrea Maccabruno Eleonora Marchesini Nicolò Marchettoni Luca Mercanti Lorenzo Pelosi Emanuele Reale Federica Tassino Federico Classe IV Grilli Martina Kaloun Mariem Kaloun Youssef Lemenka Krystyna Magionesi Damiano Mancinelli Alessio Mercanti Michele Nepi Marie-Claire Nurellari Fatma Torroni Samuele Classe V Bennati Martina Benz Robin Dario Ciccone Sara Gori Giulia Passeri Nicole Romoli Giulia Scattini Anna Spadoni Elena

Slide 3: 

Indice Sintesi del Progetto Le tematiche sviluppate Introduzione NATURA E CULTURA. Mondo coltivato e mondo delle selve Storie mitiche dallo spazio agricolo 1. GRANO, VINO E OLIO DONI DEGLI DEI. Le colture per eccellenza dell’area mediterranea - DEMETRA, PERSEFONE e TRITTOLEMO. Grano dal cielo - LA VITE DI DIONISO. Le magie del vino - L’OLIVO DI ATENA. Simbolo di pace nato da un’aspra contesa

Slide 4: 

Indice 2. L’UNIVERSO IN UNO SCUDO. Raffigurazione del mondo, ciclicità delle stagioni e ordinamenti umani nella descrizione omerica dello scudo di Achille Storie mitiche dallo spazio del bosco “LA FORESTA DI SIMBOLI”. Il mondo “altro” del bosco e delle sue creature - ERISICTONE E LA QUERCIA DI DEMETRA. L’oltraggio all’albero sacro - APOLLO E DAFNE. La gloria eterna del sempreverde alloro - DIANA ed EGERIA. Il bosco sacro di Nemi - I MAGICI POTERI DI ORFEO. Il mondo selvaggio addomesticato dalla dolcezza della musica

Slide 5: 

Indice Laboratori DAL DIRE AL FARE… a. Lo scudo di Achille b. L’archeo-puzzle c. Il domino d. L’albero cosmico

Slide 6: 

Sintesi Sintesi del Progetto Il percorso portato avanti durante il biennio ha voluto leggere le forme del paesaggio locale odierno attraverso i riferimenti al mondo antico da cui la nostra cultura trae origine E così la dialettica tra spazio del coltivato e spazio del non coltivato, ovvero tra agricoltura e bosco, che rappresenta un elemento caratteristico dell’ambiente di vita dei ragazzi, è stata indagata e sviluppata in termini di “conoscenza dell’eredità antica” che essi rappresentano. La finalità intendeva essere quella di promuovere un processo personale di costruzione ed acquisizione delle conoscenze, da confrontare e raccordare al contesto comune di appartenenza, favorendo la piena integrazione dei giovani nel quadro di una cittadinanza più attiva ed una fruizione corretta e responsabile del territorio. L’auspicio è di sensibilizzare gli alunni nei confronti dell’ambiente, della storia, dell’arte, di un paesaggio locale ricchissimo di aspetti di grande bellezza e importanza, quindi meritevoli di essere scoperti, conosciuti, descritti e valorizzati. Il progetto si propone, nel contempo, di sviluppare e rafforzare una rete di comunicazione tra docenti e studenti europei per favorire la promozione di una base culturale comune, un patrimonio europeo del paesaggio che valorizzi, nello specifico, il contributo della cultura mediterranea.

Slide 7: 

Tematiche Le tematiche sviluppate a.s. 2006/07: - Demetra, Atena, Dioniso, ovvero grano, olivo, vite. Il mito e la storia più antica delle colture per eccellenza dell’area mediterranea. - L’universo in uno scudo. La raffigurazione del mondo, la ciclicità delle stagioni e gli ordinamenti umani nella descrizione omerica dello scudo di Achille a.s. 2007/08 - “La foresta di simboli”. Il mondo “altro” del bosco e delle sue creature Metodologicamente si è proceduto allo svolgimento di incontri “teorici” costituiti dal lavoro in parallelo su testi e immagini, seguiti da attività pratiche di laboratorio, finalizzate da una parte alla rielaborazione grafica e testuale (individualmente e in gruppo) degli argomenti affrontati, dall’altra alla realizzazione di giochi (domino, archeo-puzzle) e opere artistiche collettive (lo scudo di Achille, l’albero cosmico), prodotte con l’ausilio di tecniche diverse: pittura, lavorazione della creta e del metallo.

Slide 8: 

Tematiche I bambini hanno partecipato con vivacità ed interesse alle esperienze proposte, manifestando pieno entusiasmo nel riscontrare in sede di visite didattiche museali i concetti appresi durante il percorso educativo svolto in classe. Il loro impegno si è concretizzato positivamente soprattutto nel caso delle attività manuali condotte per la realizzazione dei prodotti artistici. Lo scudo, “protagonista” di una performance teatrale che gli allievi hanno messo in scena coordinati dall’insegnante G. Berlingieri, è stato oggetto di un lavoro molto complesso e impegnativo che ha richiesto, per rispondere a precise esigenze di scena, un’accurata progettazione ed un’attenta fase pratica.

Slide 9: 

NATURA E CULTURA Introduzione Mondo coltivato e mondo delle selve

Slide 10: 

“(…) e arrivammo alla terra dei Ciclopi violenti e privi di leggi, che fidando negli dei immortali con le mani non piantano piante, né arano: ma tutto spunta senza seme né aratro, il grano, l’orzo, le viti che producono vino di ottimi grappoli, e la pioggia di Zeus glielo fa crescere.” Omero, Odissea, IX, 106-111 Introduzione

Slide 11: 

Nella citazione sopra riportata, tratta dall’Odissea, è racchiuso un concetto-chiave del modo di pensare degli antichi Greci: i Ciclopi, esseri selvaggi e terribili, mostruosi nel corpo e nell’anima, vivono in un luogo florido per natura e per concessione divina, dove la terra spontaneamente produce frutto; ma non sanno praticare la coltivazione dei campi, che è arte dell’uomo per l’uomo. Introduzione

Slide 12: 

Lo spazio della cultura è lo spazio addomesticato dall’azione dell’uomo sotto la protezione di dei ed eroi: architettura ed agricoltura, che costruiscono il mondo umano, sono gli ambiti in cui si attuano i saperi civili e la convivenza pacifica con i propri simili nella comunità cittadina. L’agricoltura è dunque un segno della civiltà e i frutti della terra coltivata un bene da distribuire a tutti gli uomini che vivono rispettando le regole della socialità. Nei miti che il percorso ha voluto indagare sono illustrate con grande evidenza proprio le caratteristiche di “doni” che le tre piante fruttifere per eccellenza dell’ambito mediterraneo portano in se’, omaggio prezioso degli dei a quanti curano e rispettano Gaia, la Madre Terra. Introduzione

Slide 13: 

Lo spazio agricolo Storie mitiche dallo spazio agricolo 1. GRANO, VINO E OLIO DONI DEGLI DEI Le colture per eccellenza dell’area mediterranea

Slide 14: 

Lo spazio agricolo DEMETRA, PERSEFONE e TRITTOLEMO Grano dal cielo “E a Trittolemo, il figlio maggiore di Metanira, essa diede un carro guidato da draghi alati, e gli affidò il frumento, perché dall’alto del cielo lo spargesse su tutta la terra abitata.” Apollodoro, Biblioteca I, 5

Slide 15: 

Lo spazio agricolo E’ un dono che piove dal cielo, il grano che nutre l’umanità. Nel racconto mitico si narra che in seguito al rapimento di Persefone da parte del dio degli Inferi Ade, Demetra, afflitta da un grande dolore conseguente alla perdita della figlia, fece cadere il mondo in un periodo di gravissima carestia, dove tutto moriva e nulla si rigenerava. Quando Zeus volle porre riparo al dramma che la Terra stava subendo, permettendo alle due dee di ricongiungersi e stare di nuovo insieme per metà dell’anno, finalmente tornò il naturale ciclo delle stagioni, con i suoi frutti e suoi benefici. E le Dee inviarono il principe Trittolemo, messaggero di una nuova era di pace e civiltà, a distribuire, volando in cielo a bordo di un carro alato, il grano per tutti gli spazi abitati dagli uomini.

Slide 16: 

Lo spazio agricolo “Plutone si innamorò di Persefone, e con la complicità di Zeus la rapì di nascosto. Ma la madre Demetra, con le fiaccole in mano, la cercò notte e giorno, peregrinando per la terra intera, finché venne a sapere dalla gente di Ermione che Plutone l’aveva rapita. Allora, piena d’ira verso tutti gli dèi, abbandonò il cielo, si travestì da donna comune e andò a Eleusi. Appena giunta, si sedette su quella pietra che venne poi chiamata “Senza sorriso” — proprio in ricordo della sua storia—vicino al pozzo Callicoro. Poi andò da Celeo, che allora era il re di Eleusi. C’erano molte donne nella sua casa: la invitarono a sedere insieme a loro, e una vecchia, che si chiamava Iambe ‘, con i suoi scherzi riuscì a far sorridere la dea. E’ questa l’origine, si dice, di tutte quelle burle irriverenti delle donne nella festa delle Tesmoforie.Metanira, la sposa di Celeo, aveva un bambino, e lo diede da allevare a Demetra. La dea voleva renderlo immortale; così, di notte , lo gettava nel fuoco, per spogliarlo dal suo corpo mortale. Di giorno, poi, Demofonte, — così si chiamava il bambino, cresceva in maniera prodigiosa: ma Metanira spiò tutta la scena, vide che il bambino stava bruciando nel fuoco e si mise a gridare.

Slide 17: 

Lo spazio agricolo Così Demofonte fu consumato dal fuoco, e la dea si rivelò. E a Trittolemo, il figlio maggiore di Metanira, essa diede un carro guidato da draghi alati, e gli affidò il frumento, perché dall’alto del cielo lo spargesse su tutta la terra abitata. Paniassi sostiene che Trittolemo fosse figlio di Eleusi, e che proprio presso quest’ultimo la dea avesse alloggiato. Ferecide, invece, dice che era figlio di Oceano e Gea. Zeus ordinò a Plutone di rimandare Core sulla terra. Ma Plutone, perché la fanciulla non restasse troppo tempo presso la madre, le diede da mangiare un chicco di melagrana. Core, del tutto ignara delle conseguenze, lo inghiottì. Ascalafo, il figlio di Achente e Gorgira, la vide, e fece la spia: e Demetra gli gettò sopra un masso pesantissimo là nell’Ade. Ma da allora Persefone deve rimanere con Plutone un terzo dell’anno, e il resto può stare insieme agli altri dèi.” Apollodoro, Biblioteca I, 5

“…coglieva fiori: rose, croco, e le belle viole sul tenero prato; e le iridi e il giacinto; e il narciso, che aveva generato, insidia per la fanciulla dal roseo volto, la terra, per volere di Zeus compiacendo il dio che molti uomini accoglie; mirabile fiore raggiante, spettacolo prodigioso, quel giorno, per tutti: per gli dei immortali e per gli uomini mortali”. Inno Omerico II, 6-11 Flora, da Castellammare di Stabia (Stabiae), villa di Varano, detta Arianna - Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Slide 19: 

La partenza di Trittolemo sul carro alato alla presenza delle divinità Coppa da Vulci attribuita al Pittore Sabouroff (ARV2, 837,9)

Slide 20: 

Dal cielo Trittolemo sul carro alato della dea Demetra distribuisce grano all’umanità

Demetra e Persefone il ciclo naturale delle stagioni 1 : 

Demetra e Persefone il ciclo naturale delle stagioni 1 Ade rapisce Persefone e la conduce nell’oltretomba, nelle viscere della terra In autunno, la natura si prepara ad accogliere nel grembo della terra i semi che poi diventeranno frutto

Demetra e Persefone il ciclo naturale delle stagioni 2 : 

Demetra e Persefone il ciclo naturale delle stagioni 2 Demetra, disperata, cerca la figlia nascosta nell’oltretomba In inverno la natura riposa

Demetra e Persefone il ciclo naturale delle stagioni 3 : 

Demetra e Persefone il ciclo naturale delle stagioni 3 Persefone torna finalmente dalla madre In primavera la natura torna a germogliare, e fiorire

Demetra e Persefone il ciclo naturale delle stagioni 4 : 

Demetra e Persefone il ciclo naturale delle stagioni 4 Demetra e Persefone festeggiano l’avvenuta riunione In estate, la natura produce i suoi frutti

Slide 27: 

Lo spazio agricolo LA VITE DI DIONISO Le magie del vino “Icario ricevette dal dio un tralcio di vite e imparò il modo di fare il vino.” Apollodoro, Biblioteca III, 14

Slide 28: 

Lo spazio agricolo Come il grano, anche il vino, preziosa bevanda segno di ricchezza e nobiltà, fu conosciuto grazie ad un dio misterioso e un po’ stravagante, nato due volte, che volle ringraziare della generosa ospitalità l’uomo che lo aveva accolto nella propria casa, al suo arrivo in Attica. Capace di rallegrare e distendere gli animi se consumato in giuste proporzioni con l’acqua, questo nettare della pianta di vite poteva provocare però la pazzia ed azioni scellerate se bevuto in modo inopportuno. Proprio i vicini di Icario, ubriachi ed invasati dai poteri del vino, credendo che il contadino avesse tentato di avvelenarli, si vendicarono uccidendolo. Simbolo dunque della civiltà se usato in modo corretto, il vino presenta anche l’altra faccia della medaglia, quella dell’alterità, della violenza e della barbarie, quando se ne fa un uso improprio.

Slide 29: 

Lo spazio agricolo “Quando Erittonio morì, venne sepolto nel recinto sacro di Atena, e Pandione divenne re, proprio al tempo in cui Demetra e Dioniso vennero in Attica. Ma Demetra venne accolta da Celeo a Eleusi, e Dioniso da Icario. Questi ricevette dal dio un tralcio di vite, e imparò il modo di fare il vino. E volendo far partecipi tutti gli uomini dei doni dei dio, Icario andò da certi pastori, che assaggiarono la nuova bevanda e poi se ne versarono generosamente senza mescolarla all’acqua, perché gli sembrava deliziosa; ma poi pensarono che Icario li avesse avvelenati, e lo uccisero. La mattina dopo capirono cos’era successo, e lo seppellirono. Erigone, la figlia di Icario, andò a cercare il padre, e la cagna di casa, Mera, che aveva seguito il padrone, la portò al cadavere: allora Erigone pianse a lungo il padre, e poi si impiccò.” Apollodoro, Biblioteca III, 14

Slide 30: 

Coppa di Exekias da Vulci, conservata a Monaco di Baviera “Così dicendo issava l’albero e la vela della nave; il vento soffiò in piena vela, e i marinai, dai due lati, tendevano i cavi. Ma ben presto apparvero loro fatti prodigiosi. Dapprima, sulla veloce nave nera, gorgogliava vino dolce a bersi, profumato, da cui si effondeva un aroma soprannaturale: stupore prese tutti i marinai, quando lo videro. Subito dopo si distesero lungo il bordo superiore della vela tralci di vite, da una parte all’altra, e ne pendevano abbondanti grappoli; intorno all’albero si avviticchiava una nera edera, ricca di fiori, su cui crescevano amabili frutti; e tutti gli scalmi erano inghirlandati” Inno Omerico VII, 32-41

Slide 35: 

Lo spazio agricolo L’OLIVO DI ATENA Simbolo di pace nato da un’aspra contesa “(…) Cecrope aveva testimoniato che lei per prima aveva piantato l’olivo”. Apollodoro, Biblioteca III, 14

Slide 36: 

Lo spazio agricolo Divenuta nel racconto biblico del Diluvio Universale il vessillo universale di pace e della ritrovata concordia tra Dio e il genere umano, la leggenda racconta che la prima pianta di olivo nacque sull’Acropoli di Atene nel corso della sfida tra Atena e Poseidone per il dominio sulla regione dell’Attica. Proprio la dea con questo dono utilissimo, portatore di frutti vinse la gara, divenendo patrona della città. Molte testimonianze documentano il particolare legame tra Atene e l’olio: il legislatore Solone aveva dato alla città un codice di leggi che esaltava il ruolo dell'olivicoltura. Secondo queste norme era assolutamente proibito tagliare olivi, se non per il servizio di un santuario o della collettività e in ogni caso fino ad un massimo di due all'anno; era ugualmente interdetta ogni esportazione dalla città di prodotto agricolo che non fosse l'olio d'oliva.

Slide 37: 

Lo spazio agricolo Anche Aristotele nella “Costituzione degli Ateniesi” ricorda la colpevolezza di chi avesse profanato le piante di olivo. "Se qualcuno avrà sradicato o avrà abbattuto un olivo, sia di proprietà dello Stato sia di proprietà privata, sarà giudicato dal Tribunale, e se sarà riconosciuto colpevole verrà punito con la pena di morte."  Aristotele, “Costituzione degli Ateniesi”

Slide 38: 

Lo spazio agricolo Solamente dalle piante sacre degli oliveti di Atena si ricavavano le corone e l'olio offerti in premio ai vincitori dei prestigiosi giochi panatenaici, condotti in onore della dea. I contenitori di questo “oro verde”, tanto prezioso da costituire una ambitissima ricompensa, sono le celebri anfore panatenaiche, la cui produzione ebbe inizio nel VI sec. a.C. proseguendo per molti secoli. Secondo una formulazione che rimase fissa nel tempo, la figura di Atena campeggiava su un lato delle anfore, mentre sull’altro i pittori rappresentavano gli atleti impegnati nelle diverse discipline sportive, dalla corsa dei carri agli esercizi acrobatici, dal lancio del disco al pugilato, dalla gara di salto alla corsa dei cavalli.

Slide 39: 

Lo spazio agricolo “Cecrope, figlio della terra, con il corpo metà di uomo e metà di serpente, fu il primo re dell’Attica, e la regione che prima si chiamava Acte da lui prese il nome di Cecropia. In quel tempo, si racconta, gli dei decisero di dividersi le varie città, perché ogni dio avesse il suo culto particolare in una determinata città. Il primo ad arrivare in Attica fu Poseidone; e con un colpo di tridente fece apparire nel mezzo dell’acropoli un mare, quello che adesso si chiama Eretteide. Dopo di lui giunse Atena, che chiamò Cecrope a i testimone della sua presa di possesso della città, e vi piantò un oli vo, quello che ancora adesso viene fatto vedere nel Pandrosio. I due dèi vennero a contrasto per il possesso di quella terra; Zeus li fece smettere, e chiamò dei giudici per risolvere la faccenda: ma essi non erano, come certi hanno detto, Cecrope e Cranao, oppu re Erisittone, bensì i dodici dèi. Il loro giudizio fu che la terra spettava ad Atena, perché Cecrope aveva testimoniato che lei per prima aveva piantato l’olivo. Atena, dal suo nome, chiamò la città Atene; Posidone, con l’animo pieno d’ira, allagò la pianura Triasia e fece sommergere dal mare tutta l’Attica”. Apollodoro, Biblioteca III, 14

Slide 41: 

La contesa tra Atena e Poseidone

Slide 43: 

Lo spazio agricolo Raffigurazione del mondo, ciclicità delle stagioni e ordinamenti umani nella descrizione omerica dello scudo di Achille 2. L’UNIVERSO IN UNO SCUDO

Slide 44: 

Lo spazio agricolo Lo scudo di Achille, mirabile creazione delle arti straordinarie del dio fabbro Efesto descritta nel Libro XVIII dell'Iliade, rappresenta, con la sua originale“geografia” e le numerose immagini di dei, uomini, animali, la vita del consorzio umano nello spazio del mondo consentito, con le sue regole e i suoi confini, quelli voluti dalla natura e quelli stabiliti per convenzione dall’uomo stesso. E’ in altre parole una rappresentazione cosmologica della realtà, quella che Omero ha descritto.Nei cerchi concentrici che formano lo scudo, infatti, dopo la rappresentazione del cielo con gli astri, della terra e del mare, troviamo la descrizione di una città modello con le sue istituzioni e i suoi ordinamenti, in dialettico confronto con lo spazio della campagna, dove si esercitano le attività della produzione agricola e pastorale. Segue la danza iniziatica dei giovani che stanno per accedere allo statuto di cittadini, e a chiusura del cerchio, in senso sia letterale che ideale, il fregio con le onde di Oceano, il fiume primordiale padre di tutte le acque, che segna le frontiere invalicabili del mondo abitato.

Slide 45: 

Lo spazio agricolo “La lasciò, così detto, e tornò verso i mantici: al fuoco li rivoltò, li invitò a lavorare: e i mantici, tutti e venti, soffiarono sulle fornaci, mandando fuori soffi gagliardi e variati a volte buoni a servirlo con fretta, a volte il contrario, come Efesto voleva e procedeva il lavoro; e bronzo inconsumabile gettò nel fuoco, e stagno, oro prezioso e argento; e poi pose sul piedistallo la grande incudine, afferrò in mano un forte maglio, con l’altra afferrò le tanaglie. E fece per primo uno scudo grande e pesante, ornandolo dappertutto; un orlo vi fece, lucido, triplo, scintillante, e una tracolla d’argento. Erano cinque le zone dello scudo, e in esso fece molti ornamenti coi suoi sapienti pensieri.

Slide 46: 

Lo spazio agricolo Vi fece la terra, il cielo e il mare, l’infaticabile sole e la luna piena, e tutti quanti i segni che incoronano il cielo, le Pleiadi, l’Iadi e la forza d’Orione e l’Orsa, che chiamano col nome di Carro: ella gira sopra se stessa e guarda Orione, e sola non ha parte dei lavacri d’Oceano. Vi fece poi due città di mortali, belle. In una erano nozze e banchetti; spose dai talami, sotto torce fiammanti guidavano per la città, s’alzava molto « Imeneo! », giovani danzatori giravano, e fra di loro flauti e cetre davano suono; le donne dritte ammiravano, sulla sua porta ciascuna.

Slide 47: 

Lo spazio agricolo E v’era del popolo nella piazza raccolto: e qui una lite sorgeva: due uomini leticavano per il compenso d’un morto; uno gridava d’aver tutto dato, dichiarandolo in pubblico, l’altro negava d’aver niente avuto: entrambi ricorrevano al giudice, per aver la sentenza il popolo acclamava ad entrambi, di qua e di là difendendoli; gli araldi trattenevano il popolo; i vecchi sedevano su pietre lisce in sacro cerchio, avevano tra mano i bastoni degli araldi voce sonore, con questi si alzavano e sentenziavano ognuno a sua volta; nel mezzo erano posti due talenti d’oro, da dare a chi di loro dicesse più dritta giustizia.

Slide 48: 

Lo spazio agricolo L’altra città circondavano intorno due campi d’armati, brillando nell’armi; doppio parere piaceva fra loro, o tutto quanto distruggere o dividere in due la ricchezza che l’amabile città racchiudeva; quelli però non piegavano; s’armavano per un agguato. Il muro, le spose care e i piccoli figli difendevano impavidi, e gli uomini che vecchiaia spossava; gli altri andavano, Ares li conduceva e Pallade Atena, entrambi d’oro, vesti d’oro vestivano, belli e grandi con l’armi, come dèi visibili d’ogni parte; gli uomini eran più piccoli.

Slide 49: 

Lo spazio agricolo E quando arrivarono dov’era deciso l’agguato, nel fiume, dov’era l’abbeverata di tutte le mandrie, qui appunto si accovacciarono, chiusi nel bronzo lucente; e v’erano un po’ lontano due spie dell’esercito, spianti quando le greggi vedessero e i bovi lunati. Ed ecco vennero avanti, due pastori seguivano, e si dilettavan del flauto, non sospettavano agguato. Essi, vedendoli, corsero e presto tagliarono fuori le mandrie dei bovi, le greggi belle di candide pecore, e uccisero i pastori.

Slide 50: 

Lo spazio agricolo Ma gli altri, come udirono molto urlio in mezzo ai bovi mentre sedevano nell’adunanza, subito sopra i cavalli scalpitanti balzarono, li inseguirono e li raggiunsero; e si fermarono e combatterono lungo le rive del fiume; gli unì colpivano gli altri con l’aste di bronzo, Lotta e Tumulto era fra loro e la Chera di morte, che afferrava ora un vivo ferito, ora un illeso o un morto tirava pei piedi in mezzo alla mischia. Veste vestiva sopra le spalle, rossa di sangue umano. E come fossero uomini vivi si mescolavano e lottavano e trascinavano i morti nella strage reciproca.

Slide 51: 

Lo spazio agricolo Vi pose anche un novale molle, e un campo grasso, largo, da tre arature; e qui molti aratori voltando i bovi aggiogati di qua e di là, li spingevano: e quando giungevano alla fine del campo, a girate, allora una coppa di vino dolcissimo in mano poneva loro un uomo, appressandosi; e solco per solco giravano, bramosi di arrivare alla fine del maggese profondo. Dietro nereggiava la terra, pareva arata, pur essendo d’oro; ed era gran meraviglia.

Slide 52: 

Lo spazio agricolo Vi pose ancora un terreno regale; qui mietitori mietevano, falci taglienti avevano tra mano; i mannelli, alcuni sul solco cadevano, fitti, per terra, altri i legatori stringevano con legami di paglia; v’erano tre legatori, in piedi; ma dietro fanciulli, spigolando, portando le spighe a bracciate, le davano continuamente. Il re fra costoro, in silenzio, tenendo lo scettro, stava sul solco, godendo in cuore. Gli araldi in disparte sotto una quercia preparavano il pasto, e ucciso un gran bue, lo imbandivano; le donne versavano, pranzo dei mietitori, molta bianca farina.

Slide 53: 

Lo spazio agricolo Vi pose anche una vigna, stracarica di grappoli, bella, d’oro; i grappoli neri pendevano: era impalata da cima a fondo di pali d’argento; e intorno condusse un fossato di smalto e una siepe di stagno; un solo sentiero vi conduceva, per cui passavano i coglitori a vendemmiare la vigna; fanciulle e giovani, sereni pensieri nel cuore, in canestri intrecciati portavano il dolce frutto e in mezzo a loro un ragazzo con cetra sonora graziosamente sonava e cantava un bel canto con la voce sottile; quelli battendo a tempo, danzando, gridando e saltellando seguivano.

Slide 54: 

Lo spazio agricolo E vi fece una mandria di vacche corna diritte; le vacche erano d’oro e di stagno, muggendo dalla stalla movevano al pascolo lungo il fiume sonante e i canneti flessibili; pastori d’oro andavano con le vacche, quattro, e nove cani piedi rapidi li seguivano. Ma fra le prime vacche due spaventosi leoni tenevano un toro muggente; e quello alto mugghiando veniva tiranto; lo ricercavano i giovani e i cani, ma i leoni, stracciata gi del gran toro la pelle, tracannavan le viscere e il sangue nero; i pastori li inseguivano invano, aizzando i cani veloci: questi si ritraevano dal mordere i leoni, ma stando molto vicino, abbaiavano e li evitavano.

Slide 55: 

Lo spazio agricolo E un pascolo vi fece lo Storpio glorioso, in bella valle, grande, di pecore candide, e stalle e chiusi e capanne col tetto. E una danza vi ageminò lo Storpio glorioso; simile a quella che in Cnosso vasta un tempo Dedalo fece ad Ariadne riccioli belli. Qui giovani e giovanette che valgono molti buoi, danzavano, tenendosi le mani pel polso: queste avevano veli sottili, e quelli tuniche ben tessute vestivano, brillanti d’olio soave; ed esse avevano belle corone, questi avevano spade d’oro, appese a cinture d’argento; e talvolta correvano con i piedi sapienti, agevolmente, come la ruota ben fatta tra mano prova il vasaio, sedendo, per vedere se corre; altre volte correvano in file, gli uni verso gli altri.

Slide 56: 

Lo spazio agricolo E v’era molta folla intorno alla danza graziosa, rapita; due acrobati intanto dando inizio alla festa roteavano in mezzo. Infine vi fece la gran possanza del fiume Oceano lungo l’ultimo giro del solido scudo. Ma quando ebbe fatto lo scudo forte e pesante, una corazza gli fece, splendente più che la vampa del fuoco, gli fece un elmo fortissimo, adattato alle tempie, Bello, ornato, e sopra un aureo cimiero vi pose; e gli fece schinieri di duttile stagno. E quando tutte l’armi ebbe fatto lo storpio glorioso, le sollevò e le pose davanti alla madre d’Achille; ella come sparviero balzò giù dall’Olimpo nevoso, portando l’armi scintillanti d’Efesto” Omero, Iliade XVIII, 468-616

Slide 57: 

Dal dire al fare… Lo scudo di Achille L’archeo-puzzle Il domino L’albero cosmico Laboratori Dopo tanto parlare e scrivere, finalmente un po’ di pratica!

Slide 58: 

a. Lo scudo di Achille Dopo una puntuale analisi del testo omerico, durante la quale sono stati individuati i nuclei tematici da rappresentare, la costruzione dello scudo ha previsto le seguenti fasi di esecuzione: taglio nel compensato dello “scheletro” formato da cinque cerchi concentrici, mobili e incastrabili tra loro; realizzazione dei bozzetti con i soggetti della descrizione omerica, traendo ispirazione da documenti iconografici antichi, lapidei, metallici e ceramici (tra cui il celeberrimo Vaso François); trasposizione su carta lucida e lavorazione a sbalzo delle lamine di rame che dovevano costituire il rivestimento dello scudo; applicazione, con chiodini e collanti, delle lamine di rivestimento E poi…contemplazione orgogliosa del lavoro finito, prima dell’attesissimo debutto in palcoscenico! Laboratori

Slide 59: 

Il lavoro… Laboratori

Slide 60: 

Il lavoro… Laboratori

Slide 61: 

Il risultato… Laboratori

Slide 62: 

Il cielo, la terra, il mare La città in guerra, la città in pace Le stagioni l’agricoltura e la pastorizia La città in festa La danza iniziatica dei giovani cittadini Le onde di Oceano, confine del mondo La “mappa concettuale” dello scudo

Slide 63: 

b. L’archeo-puzzle Laboratori Questo laboratorio è stato la naturale prosecuzione del percorso di lettura e comprensione dei testi e delle immagini relativi ai miti dell’agricoltura. Il “gioco”, che intendeva in qualche misura riproporre l’attività dell’archeologo chiamato nella sua professione a ricostruire fisicamente ed interpretare i reperti di scavo, è consistito nella ricomposizione e nel riconoscimento del soggetto di tre tavolette frammentarie in argilla, dipinte nella tecnica delle figure rosse e simili nelle rappresentazioni ad esemplari antichi di cui era già stata presa visione. I bambini, divisi in tre gruppi, hanno “gareggiato” con entusiasmo nel riassemblare i frammenti e riconoscere i personaggi, per poi comporre dei pannelli decorativo-esplicativi da esporre all’interno della scuola.

Slide 64: 

Il lavoro… Ricostruzione del pinax con la partenza di Trittolemo

Slide 66: 

Il lavoro… Ricostruzione del pinax con l’immagine di Dioniso

Slide 68: 

Il lavoro… ricostruzione del pinax con l’immagine di Atena

Slide 73: 

C. Il domino Laboratori E ora si gioca davvero… In questo laboratorio abbiamo realizzato un gioco del domino molto originale, il motivo conduttore del quale è stato individuato nella grande varietà di fregi vegetali proposti dalla ceramica antica. In un primo momento sono stati individuate le tipologie di fregio da riprodurre nelle tessere: Ramo di alloro con bacche Palmette Palmette e fior di loto Girali Rosette Edera con corimbi Foglie lanceolate Fiori

Slide 74: 

Laboratori Successivamente i bambini si sono esercitati con foglio e matita nella costruzione “geometrica” e ripetitiva di questi disegni, per riprodurre i quali era necessario da parte loro l’acquisizione di una certa dimestichezza e precisione. E’ arrivato quindi il momento di disegnare le tessere, dipingerle, rifinirle con la vernice protettiva e voila…les jeux sont faits!

Slide 75: 

Laboratori

Slide 77: 

Lo spazio del bosco Storie mitiche dallo spazio del bosco LA FORESTA DI SIMBOLI Il mondo “altro” del bosco e delle sue creature

Slide 78: 

Lo spazio del bosco “(…) Gli alberi, gli arboscelli, le piante, sono ornamento e abito della Terra.” J.J. Rousseau, Septieme Promenade

Slide 79: 

Lo spazio del bosco Se l’agricoltura è un grande segno della civiltà e della cultura, il bosco, da parte sua, rappresenta l’ambito della natura allo stato puro, lo spazio in cui si perdono le convenzioni e le leggi del vivere sociale per entrare nel regno selvaggio del mistero e di regole “altre” dal mondo civile E potremmo eleggere nostra guida ideale in questo nuovo percorso silvestre un dio già conosciuto, Dioniso. Egli, infatti, in qualità di divinità patrona della vite e del vino, rappresenta tanto gli aspetti buoni e civili della bevanda, quanto le caratteristiche violente di un suo uso improprio e sconveniente .

Slide 80: 

Lo spazio del bosco Nel bosco abitano quelle strane creature in parte uomini, in parte asini e capri, chiamati satiri, che costituiscono il corteggio prediletto del dio. All’interno di ciascun elemento, albero, fonte, ruscello o fiore che sia, nel bosco vivono anche le Ninfe, leggiadre fanciulle divine, patrone della vita in tutte le variegate forme che la Natura presenta. Esse hanno il compito di proteggere il territorio e chi vi dimora. Tantissime storie i poeti antichi raccontano su di loro: Aretusa che si trasforma in un fiume che scorre dalla Grecia fino alla Sicilia; Eco che, privata della sua voce, subisce la pena di ripetere ciò che altri dicono; Dafne mutata in alloro; Egeria discioltasi in una fonte…Di loro parleremo ancora.

Slide 81: 

Lo spazio del bosco Perché il bosco nell’immaginario collettivo è un luogo di mistero ed inquietudine? Perché nelle sue mille diramazioni ombrose, è simile al labirinto dove viveva il Minotauro; è una sorta di “gabbia”, un percorso tortuoso, buio e denso di ostacoli, nel quale risulta difficile trovare la via d’uscita, come in una prigione. Il confine tra la luce e l’oscurità separa il mondo conosciuto da quello sconosciuto, nel quale ci si addentra con curiosità non meno che con timore. Il bosco è dunque luogo ideale per lo svolgimento delle prove di coraggio che devono precedere l’ingresso dei giovani nella comunità degli adulti.

Slide 82: 

Ma il bosco non è solo la paura dello spazio non controllato, è una meravigliosa comunità simbiotica di esseri viventi, vegetali ed animali, che ascolta incantata e commossa la voce e i suoni di chi, come Orfeo ha la sensibilità per comunicare con loro. E’ un regno in cui sono sovrani gli alberi. All’albero è strettamente legata la simbologia di morte e rinascita, è l’asse verticale di unione fra cielo e terra, in esso si raccoglie l’immagine dell’universo. Anche gli alberi raccontano ognuno una propria storia, degna del massimo rispetto: il frassino, forte ed elastico, legno dei guerrieri; il pioppo che stilla le lacrime d’ambra delle sorelle di Fetonte; la quercia, solida e sacra, fronda parlante del re degli dei… Per questo l’offesa loro arrecata comporta una punizione severa. Lo spazio del bosco

Slide 83: 

Lo spazio del bosco ERISICTONE E LA QUERCIA DI DEMETRA L’oltraggio all’albero sacro “Si ergeva li una quercia immensa, secolare, che da sola era una foresta intera. Era tutta addobbata di nastri, di tavolette commemorative, di ghirlande, a ricordo di voti esauditi.“ Ovidio, Le Metamorfosi

Slide 84: 

Lo spazio del bosco Gli alberi sono sacri, distruggerli ingiustamente è commettere un sacrilegio, un affronto agli dei e agli ordini del mondo. E così l’empio gesto di Erisictone, che, dopo essere entrato nello spazio di un santuario dedicato a Demetra, aveva osato abbattere una quercia di grandezza eccezionale, antichissima e venerata, all’interno del cui tronco viveva una Ninfa, viene punito dalla dea stessa con la morte atroce del personaggio, costretto da una fame insaziabile a distruggersi mangiando il proprio corpo.

Slide 85: 

“Erisictone era un tipo che disprezzava le divinità e non bruciava mai nulla in loro onore sugli altari. Si dice che addirittura profanò un recinto sacro a Cèrere violandovi con la scure un antico bosco. Si ergeva li una quercia immensa, secolare, che da sola era una foresta intera. Era tutta addobbata di nastri, di tavolette commemorative, di ghirlande, a ricordo di voti esauditi.

Slide 86: 

Tante volte sotto di essa le Driadi avevano intrecciato danze festose; tante volte tenendosi per mano avevano fatto girotondo intorno al tronco, grande quant’era: di circonferenza misurava quindici cubiti abbondanti. Sotto questa quercia il resto della foresta scompariva; così come l’erba scompariva sotto il resto della foresta.

Slide 87: 

Eppure Erisictone, figlio di Triopa, non ne tenne il ferro lontano: ordinò ai servitori di tagliare alla base la pianta, e vedendo che esitavano a obbedire, strappò a uno di loro la scure e profferì, scellerato, queste parole: « Quandanche fosse non solo cara alla dea, ma la dea in persona, tra un po’finirà per terra con la sua cima frondosa!

Slide 88: 

Lo spazio del bosco Così disse, e stava librando l’arma per vibrare colpi di sbieco; tutta tremò la quercia di Cerere, ed emise un lamento, e contemporaneamente le fronde, contemporaneamente le ghiande cominciarono a sbiancare e un pallore si diffuse sui lunghi rami. E come.l’empia mano ebbe inferto una ferita al tronco, saltata via la corteccia spicciò del sangue, così come il sangue sgorga dalla cervice spezzata al grosso toro, quando immolato stramazza davanti all’altare. Tutti rimangono allibiti. Uno solo cerca coraggiosaniente di sventare il sacrilegio, di fermare la scure spietata, Erisictone di Tessaglia lo fissa con gli occhi e dice: “Eccoti il premio del tuo santo zelo”, e lasciando l’albero rivolge contro di lui il ferro e gli mozza la testa; e poi torna ad accanirsi contro la quercia, quando dall’interno del tronco escono queste parole:

Slide 89: 

Erisictone prosegue il suo scellerato lavoro, e alla fine l’albero, vacilla sotto gli innumerevoli colpi, e tirato con funi, crolla e travolge col suo peso gran tratto di selva. “Sotto questo legno io, ninfa prediletta di Cerere, e in punto di morte ti predico che imminente è la tua punizione, e ciò mi conforta.” Lo spazio del bosco

Slide 90: 

Lo spazio del bosco Annichilite di fronte alla rovina del bosco e loro, tutte le sorelle Driadi, vestite di nero, affrante, vanno in còrteo da Cèrere e la pregano di punirlo. Essa acconsentete, e annuendo col capo, bellissima, scuote i campi carichi di messi lussureggianti ed escogita un tipo di pena che susciterebbe pietà, se qualcuno potesse mai avere compassione di un malfattore: farlo divorare dalla terribile Fame.

Slide 91: 

Lo spazio del bosco Ma poiché non può recarsi di persona dalla Fame (il destino non consente un incontro Cèrere-Fame), la dea si rivolge a una divinità minore dei monti, a un’Orèade campagnola, dicendole: “C’è, sulle estreme contrade della Scizia, un luogo gelato, terreno triste, terra sterile priva di messi, priva di alberi. Abitano li il pigro Freddo e il Pallore e il Brivido, e la Fame allampanata. Vai e di’ a quest’ultima di appiattarsi nei visceri sciagurati del sacrilego; e che non si lasci sopraffare dall’abbondanza dei cibi, e sia lei la vincitrice, nella gara contro le mie risorse. La distanza non deve spaventarti. Prendi il mio cocchio, prendi i mei draghi; con le briglie li guiderai per il cielo”. E glieli dette.

Slide 92: 

Quella, trasportata per aria dal cocchio prestatole, calò sulla Scizia, e atterrata sulla vetta di una montagna ghiacciata, chiamata Càucaso, liberò dai finimenti i colli dei draghi. E vide in un campo sassoso colei che cercava, la Fame, intenta a svellere con le unghie e con i denti i rari fili d’erba. Ispidi capelli aveva, occhi infossati, viso pallido, labbra sbiancate dalla muffa, fauci irruvidite dalla rogna, pelle incartapecorita sotto la quale si distinguevano in trasparenza i visceri; dalle anche spigolose spuntavano le ossa secche, al posto del ventre c’era lo spazio per il ventre; il torace l’avresti detto sospeso, sorretto soltanto dalla colonna vertebrale; la magrezza faceva risaltare le articolazioni, le rotule delle ginocchia sembravano enfiagioni, i malleoli sporgevano, protuberanze mostruose. L’Orèade, come la vide, le riferì da lontano (non osò infatti avvicinarsi di più) iI messaggio della dea. E dopo qualche istante, benchè si trovasse a rispettosa distanza, benchè fosse appena arrivata, cominciò a sentirsi affamata, o così le parve, per cui si rilevò in alto, fece dietrofront e guidò di nuovo i draghi verso l’Emonia.

Slide 93: 

Lo spazio del bosco La Fame, pur essendo sempre contraria all’operato di Cerere, eseguì l’ordine: si fece portare per aria daI vento fino alla casa indicata, entrò direttamente nella camera del sacrilego, e mentre questi era immerso in un sonno profondo (era notte), lo avvinse tra le sue braccia e gli insufflò in corpo se stessa, respirandogli in bocca, in gola, nei polmoni, e spandendogli col fiato uno sfinimento nelle cavità delle vene. Assolta la missione, la fame lasciò le regioni fertili del mondo e tornò alla sua desolata dimora, al suo covo consueto.

Slide 94: 

Lo spazio del bosco Un molle sonno ancora cullava tra le sue placide ali Erisictone. Egli è preso, in sogno, da voglia di mangiare, e muove a la bocca e affatica i denti a sbatterli contro i denti e si stanca il gozzo ad ingollare, insoddisfatto, cibi inesistenti, e invece di pietanze divora, senza costrutto, aria sfuggente. Quando poi si riscuote dal sonno, la smania di mangiare divampa, furiosa, gli dilaga per la gola ingorda e per i visceri incendiati. Non può aspettare tutti i prodotti del mare, della terra, del cielo, e davanti alle tavole imbandite si lagna d’essere a digiuno e in mezzo alle vivande chiede vivande, .e ciò che.potrebbe bastare ad intere città, a un intero popolo, non basta a lui soltanto, e quanto più insacca nel ventre, tanto più brama.

Slide 95: 

E come il mare raccoglie in sé i fiumi di tutto il mondo e non si sazia d’acqua, e si scola le correnti che vengono dai posti più lontani, e come il fuoco devastatore mai rifiuta alimenti e brucia tronchi infiniti e più gli se ne dànno più ne vuole e.dalla quantità stessa è reso sempre più vorace, così la bocca dell’empio Erisictone inghiotte ogni pietanza e altre intanto ne reclama. Ogni cibo per lui chiama cibo, e mangia e mangia, ma sempre spazio vuoto si riforma. E ormai con la sua fame e con l’abisso senza fondo del ventre aveva assottigliato le sostanze paterne, ma non attenuata si era, neppure allora, la terribile fame, e la gola seguitava, imperterrita, a spasimare.

Slide 96: 

Alla fine, mandato giù nei visceri il patrimonio, non gli restava più che la figlia, la quale non meritava un padre simile. Anche la figlia egli vende, ridotto in miseria. (…) Alla fine, quando per la virulenza del morbo tutte le possibili risorse furono bruciate, -il che attizzò ancora di più il tremendo male —, Erisictone cominciò a lacerarsi e strapparsi a morsi i propri arti, e a nutrirsi, sventurato, rosicando il proprio corpo.” Ovidio, Le Metamorfosi VIII, 738-878

Slide 99: 

Lo spazio del bosco APOLLO E DAFNE La gloria eterna del sempreverde alloro “O alloro, sempre io ti porterò sulla mia chioma, sulla mia cetra, sulla mia faretra. (…) E come il mio capo è sempre giovanile con la chioma intonsa, anche tu porta sempre, senza mai perderlo, l’ornamento delle fronde!.” Ovidio, Le Metamorfosi I

Slide 100: 

Lo spazio del bosco L’alloro, elegante arbusto sempreverde che la tradizione mitologica vuole sacro ad Apollo, dio della medicina, della sapienza e delle arti, nel mondo romano è un simbolo di onore, valore e vittoria. Dalla parola latina laurus deriva per l’appunto il termine moderno “laurea” (titolo di studio), mentre “laureato” (in latino laurĕātus) è colui che viene insignito della corona di alloro, come i condottieri, i sapienti e i poeti. Il mito narra che l’origine di questa pianta aromatica si deve ad un incantesimo che trasformò la ninfa Dafne, riluttante al corteggiamento di Apollo. E così il dio, per manifestarle il suo amore incondizionato, che andava ben oltre quelle che erano state le bellissime sembianze umane della fanciulla, dichiarò l’alloro sua pianta prediletta, nobile segno distintivo di glorie e trionfi.

Slide 101: 

“Che cosa vuoi fare, fanciullo smorfioso, con armi così grosse? Questa è roba che sta bene sulle spalle a me, a me che so assestare colpi infallibili alle belve, ai nemici, a me che poco fa con infinite frecce ho steso il gonfio serpente, il quale col suo ventre pestifero spianava il suolo per tante miglia! Tu accontentati di fomentare con la tua fiaccola qualche amoruccio, e non competere con le mie prodezze! Il figlio di Venere gli rispose: «Il tuo arco trafiggerà tutto, Febo, ma il mio trafigge te, e quanto gli esseri terreni, tutti sono inferiori a un dio, tanto minore è la tua gloria rispetto alla mia. “Il primo amore di Febo fu Dafne, figlia di Peneo: amore non dovuto a caso fortuito, ma all’ira crudele di Cupido. Ancora tutto insuperbito per aver vinto il serpente, il dio di Delo aveva visto Cupido che piegava l’arco per agganciare la corda ai due estremi e gli aveva detto:

Slide 102: 

Lo spazio del bosco Così disse, e svelto svelto solcò l’aria sbattendo le ali, si fermò sulla cima ombrosa del Parnaso, e dalla faretra estrasse due frecce di opposto potere: l’una scaccia, l’altra suscita l’amore: quella che lo suscita è dorata e ha la punta aguzza e splendente; quella che lo scaccia è spuntata e dentro l’asta ha del piompio. Con questa il dio trafisse la figlia di Peneo, mentre con l’altra colpì Apollo trapassandogli le ossa fino al midollo. Subito lui s’innamora, lei invece non vuoi neppure sentire la parola « amore » e gode del buio dei boschi e delle spoglie degli animali selvatici che prende, emula della vergine Diana; una semplice benda le raccoglie i capelli scomposti. Molti chiedono la sua mano, ma essa respinge i pretendenti e decisa a restare senza marito gira per il folto dei boschi e non le interessa sapere che cosa siano le nozze, l’amore, il connubio.

Slide 103: 

Lo spazio del bosco Spesso il padre le dice: «Figliola, mi devi un genero»;! spesso il padre le dice: «Figlia, mi devi dei nipoti». Lei, detestando come un delitto il matrimonio e la fiaccolata nuziale, col bel volto acceso da un verecondo rossore, si aggrappa con tenerezza al collo del padre e risponde «Concedimi carissimo genitore, di godere di una perpetua fanciullezza. A Diana suo padre gliel’ha concesso». E il padre in verità acconsentirebbe. Ma questa tua bellezza, Dafne, che non permette che tu rimanga come vorresti, il tuo bell’aspetto non si concilia col tuo desiderio. Febo è innamorato; ha visto Dafne e brama di unirsi a lèi, in quello che brama ci spera, benchè si sbagli, proprio lui che è il degli oracoli. E come, levate le spighe, si bruciano le fragili stoppie, come le siepi si incendiano se per caso un viandante accosta troppo una torcia, o magari la butta stando ormai per far giorno, così il dio prende fuoco, così arde dappertutto nel petto, alimenta con la speranza uno sterile amore.

Slide 104: 

Lo spazio del bosco Guarda i capelli che le scendono scompigliati sul collo, e dice: “Pensa se li pettinasse!” Vede gli occhi che sfavillano simili a stelle, vede la boccuccia e non si stanca mai di contemplarla; loda le dita e le mani e gli avambracci e le braccia nude più che per metà; se qualche cosa è nascosta, immagina che sia ancora meglio. Lei fugge, più svelta di un venticello leggero, e non si arresta quando egli cerca di trattenerla con queste parole: “Ninfa, ti prego, figlia di Peneo, fermati! Non t’inseguo per farti del male. Aspetta, ninfa! Così l’agnella davanti al lupo, così la cerva davanti al leone, così le colombe con ali trepidanti fuggono davanti all’aquila: così ciascuna davanti al suo nemico. Ma io t’inseguo per amore! Povero me, ho paura che tu inciampi e cada, o che i rovi ti graffino le gambe che non lo meritano, e che tu ti faccia male per colpa mia. Sono impervi, i luoghi per i quali vai così in fretta. Corri più adagio, ti prego, e rallenta la fuga! Anch’io ti seguirò più adagio. Rifletti però a chi è che piaci. Non sono un montanaro, non sono un pastore, io; non sto qui a fare il rozzo guardiano di mandrie e di greggi.

Slide 105: 

Lo spazio del bosco Non sai, sciocca, non sai chi fuggi, e per questo fuggi. Io sono il signore della terra di Delfi, e di Claro e di Tènedo e della regale Pàtara. Giove è mio padre! Io sono colui che rivela il futuro, il passato il presente, sono colui che accorda il canto al suono della cetra. La mia freccia è infallibile, si; una però è stata più infallibile della mia, quella che mi ha ferito il cuore sgombro. La medicina l‘ho inventata io, e in tutto il mondo mi chiamano guaritore ed io ho in mano i poteri delle erbe. Ahimè, però, che non c’è erba e guarisca l’amore, e la scienza che giova a tutti non giova al suo signore!” Avrebbe detto di più, ma la figlia di Peneo continuò a scappare impaurita, lasciandolo là col suo discorso a metà. Anche allora era bella a vedersi. Il vento le denudava le membra, venendole incontro faceva vibrare la veste sospinta in avanti, e col suo soffio lieve le mandava indietro i capelli, sì che la bellezza era accresciuta da quella fuga.

Slide 106: 

Lo spazio del bosco Ma ormai il giovane dio non ha più la pazienza di perdersi in lusinghe, e come lo spinge a fare appunto l’amore, si mette a incalzarla da presso. Come quando un cane di Gallia scorge una lepre in un campo aperto, e scattano, uno per ghermire, l’altra per salvarsi, quello sembra già addosso, e già è quasi convinto di aver preso, e tallona col muso proteso, quella non sa se è già presa e sfugge ai morsi all’ultimo istante, distanziando la bocca che la sfiora: così il dio e la fanciulla, lui veloce per bramosia, lei per paura. L’inseguitore però, aiutato dalle ali dell’amore, corre di più e non dà tregua ed è alle spalle della fuggitiva, ansimandole sui capelli sparsi sul collo. Stremata essa alla fine impallidisce, e vinta dalla fatica di quella corsa disperata, rivolta alle acque del fiume Peneo: “Aiutami, padre, — dice. Se voi fiumi avete qualche potere, dissolvi, trasformandola, questa figura per la quale sono troppo piaciuta.”

Slide 107: 

Ha appena finito questa preghiera, che un pesante torpore le invade le membra, il tenero petto si fascia di una fibra sottile, icapelli si allungano in fronde, le braccia in rami; il piede, poco prima così veloce, resta inchiodato da pigre radici; il volto svanisce in una cima. Conserva solo la lucentezza. Anche così Febo la ama, e poggiata la mano su1 tronco sente il petto trepidare ancora sotto la corteccia fresca, e stringe fra le sue braccia i rami, come fossero membra, e bacia il legno, ma il legno si sottrae ai suoi baci. E allora dice: « Poiché non puoi essere moglie mia, sarai almeno il mio albero. O alloro, sempre io ti porterò sulla mia chioma, sulla mia cetra, sulla mia faretra. Sarai con i condottieri latini quando liete voci intoneranno il canto del trionfo e il Campidoglio vedrà lunghi cortei. Tu starai pure, fedelissimo custode, ai lati della porta della dimora di Augusto, a guardia della corona di foglie di quercia. E come il mio capo è sempre giovanile con la chioma intonsa, anche tu porta sempre, senza mai perderlo, l’ornamento delle fronde!” Qui Febo tacque. L’alloro annuì con i rami appena formati, agitò la cima, quasi assentisse col capo. Ovidio, Le Metamorfosi I, 452-567 Lo spazio del bosco

Slide 108: 

Apollo e Dafne

Slide 110: 

Lo spazio del bosco DIANA ed EGERIA Il bosco sacro di Nemi “Distesa a terra ai piedi di un monte, Egeria si strusse in lacrime finché la sorella di Febo, commossa al vederla cosi affranta, trasformò il suo corpo in una fresca fonte, dissolvendo le membra in acqua eterna.” Ovidio, Le Metamorfosi XV

Slide 111: 

Lo spazio del bosco Il tema del bosco sacro è ampiamente presente nelle testimonianze antiche, sia letterarie che epigrafiche. Particolarmente famoso nel mondo italico era il lucus (bosco sacro) di Diana presso il lago di Nemi, sui Colli Albani, importante perché si raccoglievano là i consigli della Lega dei popoli latini. In questo santuario, dove cresceva un albero con un ramo d’oro, che dava il potere di rex nemorensis (il “re del bosco”), a chi fosse riuscito a prenderlo uccidendo l’avversario, Diana veniva adorata insieme ad altri due personaggi: uno era Virbio-Ippolito, resuscitato dalla dea e nascosto nel bosco; l’altra era Egeria, ninfa moglie e consigliera del saggio re Numa, che, struggendosi per il dolore alla morte del sovrano, fu trasformata infine da Diana in una fonte che sgorgava perenne nel santuario.

Slide 112: 

Lo spazio del bosco “Fu, si racconta, indottrinato da questi e altri discorsi che Numa tornò in patria e accettò l’invito a prendere in mano le redini del popolo laziale. Felicemente sposato a una ninfa e guidato dalle Camene, insegnò sacri riti e convertì alle arti della pace una gente avvezza alla guerra feroce. Quando poi, vecchissimo, giunse al termine della sua vita e del suo regno e morì, le donne del Lazio e il popolo e gli anziani lo piansero. Quanto alla moglie Egeria, essa lasciò la città e andò a nascondersi nelle folte selve della valle di Aricia, e lì, con i suoi gemiti e i suoi lamenti, disturbava il culto di Diana importato da Oreste. Oh quante volte le ninfe del bosco e del lago la invitarono a non farlo e le dissero parole buone per consolarla.

Slide 113: 

Lo spazio del bosco Quante volte l’eroe figlio di Teseo disse a lei che piangeva: «Calmati, e infatti la tua sorte non è la sola degna d’essere pianta. Guarda casi simili altrui; sopporterai meglio il tuo. E volesse il cielo che per alleviare il tuo dolore andassero bene soltanto esempi che non riguardano me; e invece anche l’esempio mio va bene! Se parlando è mai giunta alle tue orecchie la storia di un certo Ippolito che morì per la credulità di suo padre e per le menzogne della sua scellerata matrigna, tu ti stupirai, e io a stento potrò provartelo, ma quell’Ippolito sono io! Un giorno la figlia di Pasifae, visti vani i suoi tentativi d’indurmi a profanare il letto di mio padre, capovolse sciagurata le colpe (più per paura che facessi la spia, è perché offesa per il mio rifiuto?) e mi accusò di aver voluto quello che lei avrebbe voluto. E mio padre mi espulse dalla città, me innocente, e mentre me ne andavo mi maledisse con una maledizione tremenda. Bandito io mi dirigevo sul mio carro verso Trezène, città di Pitteo, e già avanzavo lungo la costa di Corinto, quando il mare si gonfiò, e si vide una massa immensa d’acqua sollevarsi a gobba e crescere come una montagna, e muggire, e fendersi in cima alla cresta.

Slide 114: 

Lo spazio del bosco E dallo squarcio dell’onda sbucò fuori un toro cornuto che ergendosi fino al petto nell’aria umida vomitò dalle narici e dalla larga bocca un altro mare. Ai miei compagni si gelò il cuore; io rimasi imperterrito, ché già mi bastava lo sgomento dell’esilio. Quand’ecco che i cavalli impetuosi rivolgono il collo verso il mare, col pelo ritto drizzano le orecchie, s’imbizzarriscono, atterriti dal mostro, e trascinano il carro a precipizio giù per l’alta ti scogliera. Invano io mi sforzo di frenarli con i morsi spruzzati di bianca bava e rovesciato all’indietro tiro forte le cedevoli briglie. L’impeto dei cavalli si sarebbe smorzato all’energico strappo, se non fosse che una ruota, urtando contro un tronco nel punto in cui gira con moto continuo intorno al proprio asse, si ruppe e andò in pezzi.

Slide 115: 

Lo spazio del bosco Fui sbattuto giù dal carro, e allora avresti visto le viscere venir strascinate vive per terra, mentre gli arti erano impigliati alle briglie, e i muscoli restare attaccati agli sterpi, le membra in parte correre via, in parte restare indietro a brandelli, e le ossa spezzate risuonare con sordo rumore e l’anima stanca spirare e non una parte del corpo che fosse riconoscibile e tutto era un’unica piaga. E tu, o ninfa, puoi o osi paragonare la tua sciagura alla mia? Io ho anche visto il regno senza luce e ho ristorato il mio corpo straziato nell’onda del Flegetonte. Se ho riavuto la vita, è stato solo per un potente farmaco del figlio di Apollo. E quando appunto tornai in vita, malgrado le proteste di Dite, grazie ad erbe potenti e all’arte della medicina, allora la dea del Cinto, perché riapparendo non suscitassi invidia per un simile dono, mi coprì con una densa nuvola, e perché andassi tranquillo e potessi lasciarmi vedere senza noie, mi accrebbe l’età e mi dette un volto irriconoscibile.

Slide 116: 

Lo spazio del bosco A lungo essa fu in dubbio se mandarmi ad abitare a Creta oppure a Delo; poi, rinunciando sia a Delo che a Creta, mi sistemò qui, e insieme m’ingiunse di lasciare il mio nome originario, che poteva far capire chi ero, in quanto ricordava i cavalli, e mi disse: «Tu che prima eri Ippolito, d’ora in poi sarai Virbio”. Da allora io vivo in questo bosco; divinità minore, me ne sto celato all’ombra della mia potente signora e sono uno dei suoi serventi». E tuttavia le altrui sciagure non valsero ad alleviare il dolore di Egeria. Distesa a terra ai piedi di un monte, essa si strusse in lacrime finché la sorella di Febo, commossa al vederla cosi affranta, trasformò il suo corpo in una fresca fonte, dissolvendo le membra in acqua eterna. Quel prodigio impressionò le ninfe, e anche il figlio dell’Amazzone rimase stupito.” Ovidio, Le Metamorfosi XV, 486-551

Slide 117: 

Nel bosco sacro di Diana…

Slide 118: 

Nel bosco sacro di Diana…

Slide 119: 

Lo spazio del bosco I MAGICI POTERI DI ORFEO Il mondo selvaggio addomesticato dalla dolcezza della musica “C‘era un colle, e sul colle una radura perfettamente piana che un prato colorava di verde. Non c’era ombra in quel luogo; ma quando il poeta divino si sedette lì e toccò le corde sonanti, l’ombra venne in quel luogo …” Ovidio, Le Metamorfosi X

Slide 120: 

Lo spazio del bosco La figura del prodigioso cantore tracio Orfeo, figlio della Musa Calliope e di Apollo, simboleggia la capacità delle arti, in particolare della musica, di conquistare, come per magia, anche l’uditorio più semplice e meno colto. Il bosco, con gli alberi e gli animali che lo popolano, costituisce quel mondo apparentemente selvaggio e lontano dalla civiltà che la cultura di Orfeo riesce a “catturare”. Ma in realtà il potere che la musica esercita si fonde con la predisposizione particolare dell’artista ad ascoltare con maggiore sensibilità di altri l’ambiente che lo circonda, entrando in un circuito virtuoso di “connessioni sentimentali” con il cosmo e di intima compartecipazione ai cicli di nascita, morte e rigenerazione insiti nella natura.

Slide 121: 

Orfeo e gli animali. Mosaico romano di età imperiale. Palermo, Museo Archeologico.

Slide 122: 

Lo spazio del bosco “C‘era un colle, e sul colle una radura perfettamente piana che un prato colorava di verde. Non c’era ombra in quel luogo; ma quando il poeta divino si sedette lì e toccò le corde sonanti, l’ombra venne in quel luogo: venne la pianta della Caònia, non mancò il bosco delle Eliadi, non il rovere dalle alte fronde, né i tigli nè il faggio e il vergine alloro, né i fragili noccioli e il frassino buono per le lance, e l’abete senza nodi e il leccio che s’incurva per le ghiande, e il platano festoso e l’acero che trascolora, insieme ai salici che vivon sui fiumi e al giùggiolo che ama l’acqua, e il bosso sempreverde e le tamerici tenui, e il mirto bicolore e, cerulea di bacche, la lentàggine. E voi pure veniste, edere dai piedi storti, con le viti ricche di pampini e gli olmi ammantati di viti, e gli ornielli e le picee, e il corbezzolo carico del rosso dei suoi frutti, e le palme snelle, premio del vincitore, e il pino dall’ispido capo, con la chioma tirata su, il pino caro a Cibele, la madre degli dèi, se è vero che Atti per lei si spogliò della sua figura di uomo, indurendo in quel tronco. E a questa folla si unì anche il cipresso, che pare segnare una meta; albero ormai, ma un giorno fanciullo amato da quel dio che fa vibrare le corde della cetra e la corda dell’arco. (…)

Slide 123: 

Questo bosco si era dunque adunato attorno al poeta, ed egli sedeva al centro di un’assemblea di bestie selvatiche e di una torma di uccelli. E quando, facendole scattare col pollice, ebbe saggiato a sufficienza le corde e sentì che le note, pur nella diversità dei suoni, erano in giusto rapporto tra loro, attaccò a cantare così: “ “Da Giove, Musa mia madre (tutto s’inchina a Giove sovrano), fai iniziare il mio canto.”

Slide 124: 

E quando Orfeo muore: “Gli uccelli afflitti ti piansero, Orfeo, ti piansero le schiere di animali selvatici, e i sassi duri, e le selve che spesso avevano seguito il tuo canto: gli alberi, deposte le loro chiome, rimasero rasi in segno di lutto. E dicono anche che i fiumi crebbero a furia di piangere, e che le Naiadi e le Driadi misero manti neri sui loro veli e andarono con i capelli scompigliati.” Ovidio, Le Metamorfosi X-XI

Slide 125: 

I magici poteri di Orfeo

Slide 126: 

I magici poteri di Orfeo

Slide 127: 

d. L’albero cosmico Laboratori L’ultima esperienza pratica legata al percorso mitico è stata la realizzazione dell’albero cosmico. Nel patrimonio culturale di tutte le civiltà è compresa l’idea di un albero sacro, simbolico asse del mondo che collega Cielo, Terra e regioni sotterranee, che rappresenta l'eternità del cosmo e la sua origine divina: è l'immagine della vita che si rigenera, il simbolo della "via" di ascesa alla sfera della saggezza degli dei. L’albero, con le sue radici nel cuore della terra e la cima rivolta verso il cielo simboleggia inoltre l’essenza dell’uomo stesso, con i piedi saldi a terra, ma con il pensiero orientata in alto in direzione del sublime. Uno degli alberi cosmici per eccellenza delle leggende è la quercia, pianta che indica forza, spiritualità, costanza e longevità. A Dodona, in Epiro, gli antichi Greci veneravano una grandissima quercia “parlante”, sede del veneratissimo oracolo di Zeus, luogo di comunicazione fra umano e sovrumano. Dopo aver raccontato la storia della fondazione di questo luogo di profezie, si è proceduto alla realizzazione della “nostra” quercia cosmica, ideale e surreale al tempo stesso, brillante di luce e colori, proprio come si confà ad un “albero divino”.

Slide 128: 

Laboratori Per prima cosa le tele sono state divise in quattro fasce di colore, poi è stata disegnata la quercia, simmetricamente sia rispetto all’asse verticale che a quello orizzontale. Dopo aver dipinto l’albero, sono state realizzate con il rame foglie di varie grandezze; infine le foglie, insieme a ghiande precedentemente raccolte e dorate, sono state applicate nel settore superiore corrispondente alla chioma. Crediamo che il risultato finale sia riuscito a ricompensare i nostri sforzi: ci sembra un’opera d’arte di sicuro significato, ma anche di grande effetto visivo!

Slide 129: 

Il lavoro… Laboratori

Slide 130: 

Il risultato… Laboratori I

authorStream Live Help